giovedì 31 gennaio 2013

Vaticano II: un concilio incompiuto?


di Jean Rigal
in “vatican2milledouze.org” del 25 gennaio 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)
Il titolo è interrogativo. Eppure, che cosa c'è di più normale di un concilio incompiuto, se si
considera che è, insieme, un punto di arrivo e un punto di partenza. Il Vaticano II resta incompiuto
su due piani: rispetto al suo insegnamento e rispetto alla sua applicazione.
1. A proposito all'insegnamento del concilio.
È risaputo che l'insegnamento del Vaticano II soffre di un problema di articolazione tra diverse componenti della struttura della Chiesa. Si pensi alla nozione di “popolo di Dio” e al suo rapporto con la Chiesa gerarchica, all'articolazione “primato-collegialità episcopale”, al rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, al posto dei “ministeri di laici” nella missione della Chiesa (cf. la costituzione Lumen Gentium).

martedì 29 gennaio 2013

Che cosa rimane oggi della conferenza di Medellín?


di José Oscar Beozzo 


La conferenza di Medellín nel 1968 - tre anni dopo il Concilio - ha avuto un impatto enorme non solo in America Latina ma in tutto il mondo. Dal documento finale dell’episcopato si evince un coraggio profetico che riassume il meglio del Concilio e che trova terreno fertile in questi luoghi. L'ingiustizia sociale e l’oppressione, che devastavano il continente latino-americano, prevalentemente cattolico, dal Messico al Rio Grande fino all’estremo sud, sono emerse con forza nel dibattito e nelle conclusioni di questa conferenza, risultando una ventata di novità nel modo di concepire l'evangelizzazione, la pastorale e la teologia.
Nel documento Medellín, pertanto, si nota che alla parte povera della popolazione era già stato dato un ruolo centrale in quanto i vescovi avevano constatato che essa rappresentava la stragrande maggioranza della Chiesa latino-americana. E ciò avrebbe recato con sé conseguenze serie e inevitabili per il laicato. I laici impegnati con l'Azione cattolica brasiliana e le Comunità Ecclesiali di base, ancora in fase embrionale di esistenza e di identificazione da parte della gerarchia della Chiesa, sono stati i catalizzatori che hanno consentito lo stabilirsi delle tre basi principali della II Conferenza dei vescovi latino-americani: pensare la Pastorale dal punto di vista della giustizia sociale; intraprendere un nuovo modo di fare teologia, partendo dalla realtà ingiusta e conflittuale; il collegamento ed unione tra le comunità attorno alla Parola di Dio e ai fatti della vitai. È quindi un nuovo profilo del laicato che si rende visibile agli occhi della Chiesa del continente. Si tratta di un laicato non più proveniente dalle chiese e dalle sedi ecclesiastiche, ma di uno nato ed aggregato nei punti più remoti e poveri di tutta l’America al Sud dell’Equatore. Un laicato che collega indissolubilmente il proprio impegno cristiano con la trasformazione della realtà.
Nel documento di Medellín, pertanto, non si legge il bisogno da parte dei vescovi latino-americani di ripetere in ogni momento quale sia il ruolo dei laici, la loro identità e la loro missione. Nel dedicarsi al popolo latino-americano emarginato e nel mettere i poveri al centro delle sue preoccupazioni, la Chiesa dichiara già che l'oggetto centrale della sua Pastorale sono i cristiani battezzati che trascorrono la loro sofferente vita quotidiana ispirati dalla fede e in base ad essa lottano per un futuro migliore, non solo per sé stessi, ma per tutti i popoli e le nazioni. Laici cristiani, dunque, in cui la Chiesa si rispecchia.
Medellín, coraggiosamente, si esprime affinché siano costituiti gruppi apostolici in luoghi o strutture operative, “soprattutto in quelle strutture dove si elabora e si decide il processo di liberazione e umanizzazione della società alla quale appartengono, dotandoli di una struttura adeguata e di una pedagogia basata sul discernimento dei segni dei tempi, nel cuore degli avvenimenti”ii. Con grande audacia e lungimiranza, il documento aggiunge: "I gruppi o movimenti che già esistono per portare avanti questi compiti devono essere fermamente sostenuti, e i loro militanti non devono essere abbandonati quando, per via delle implicazioni sociali del Vangeloiii, sono soggetti a compromessi e conseguenze dolorose.
Medellín purtroppo ha confermato con profetiche parole quanto è poi accaduto a molti paesi dell'America Latina. Un gran numero di militanti laici cristiani, più concretamente coinvolti nell'Azione Cattolica, ma anche in altri movimenti ecclesiali, è andato incontro a tortura, prigione e morte a causa della concretezza e della radicalità del loro impegno volto al mutamento della realtà presente. In alcuni casi, questi giovani laici, che rischiavano la propria vita in linea col loro impegno cristiano, hanno riscontrato soltanto un timido sostegno da parte della gerarchia ecclesiale. In altri, invece, particolarmente in Brasile, il sostegno della stessa gerarchia è stato sentito con coraggio e trasparenza, tanto che in un determinato momento della storia recente del paese, dal 1968 fino al 1980, i vescovi erano gli unici ad alzare la voce attraverso i media in difesa dei diritti umani.
Il laicato ha sentito, in questi momenti, le dure conseguenze dell’impegno per il Vangelo, come era già stato menzionato nel documento di Medellín. Tuttavia gli ostacoli non hanno diminuito la coerenza della lotta della Chiesa nel suo insieme verso il consolidamento dei processi iniziati. La Conferenza di Puebla, undici anni dopo, ha confermato tutto ciò.

UNA CHIESA CON UN PROPRIO VOLTO  

Con il passare del tempo, è cresciuta la consapevolezza che a Medellín è stato redatto l’atto di nascita della Chiesa latino-americana e caraibica, con un proprio volto e protagonismo ecclesiale, piena di significato per se stessa, ma anche per le chiese sorelle degli altri continenti, per la chiesa particolare di Roma e per il cammino di altre chiese cristiane. Medellín ebbe inoltre un grande impatto sulla vita dei cristiani comuni, delle loro comunità e azioni pastorali, e sul panorama politico e sociale del continente. 

domenica 27 gennaio 2013

Quando è troppo teso, l’arco si spezza



Caro Padre in Cristo,
Abbiamo molte ragioni per amarvi, non solo per il vostro alto ufficio ma anche per il vostro instancabile entusiasmo a favore della giustizia e della pace, per la vostra vicinanza ai bisognosi e per molto altro.
L’amore per la vostra persona, l’alta stima del vostro ufficio e la responsabilità da noi tutti condivisa nel trasmettere la fede alle odierne generazioni dalla mentalità critica e a quelli che verranno dopo di noi mi impongono, tuttavia, di esprimere pubblicamente il mio riserbo in merito a ciò che ritengo un eccessiva accentuazione da parte vostra di norme troppo rigorosamente interpretate nel campo dell’etica sessuale.
Naturalmente, siamo consapevoli quanto voi del nostro dovere di fare il possibile affinché i cristiani amino e promuovano la castità. Ma è proprio in questo campo che vale il detto: “Quando è troppo teso, l’arco si spezza”. Se in questo difficile ambito esigiamo anche una iota in più di quanto possiamo ragionevolmente giustificare sulla base della rivelazione o della ragione ispirata dalla fede, perdiamo credibilità. In parole povere: non siamo più ascoltati.
Sono rimasto sconvolto nel leggere di recente che, tra i 6.000 lettori di “Weltbild”, una rivista molto fedele e devota al Papa (nn. 23 e 24, 4 e 28 novembre 1988), solo il 12 per cento dei fedeli sotto i 50 anni e solo il 25 per cento di quelli sopra i 50 sono pronti a dare ascolto all’attuale insegnamento papale in materia di morale sessuale, mentre in generale queste stesse persone sono del tutto disposte a tenere in somma stima l’autorità papale su questioni di fede e di morale. Risultati simili sono emersi da sondaggi in altre parti del mondo.
Recentemente ho dovuto ascoltare un nutrito gruppo di insegnanti di religione altamente qualificati, uomini e donne fedeli alla Chiesa, che mi dicevano quanto sia stato e sia ancora difficile per loro calmare le ondate suscitate dal vostro discorso ai teologi morali del 12 novembre 1988.

sabato 26 gennaio 2013

La teologia trinitaria alla prova dell'epistemologia femminista


Essenza di genere o persona di genere?

Se da una parte dobbiamo rinunciare a parlare della Trinità immanente, possiamo però descrivere i suoi rapporti con noi, uomini o donne e la cui identità personale viene determinata anche dalle relazioni a e dai ruoli che abbiamo.
Qui si inserisce una riflessione sull'identità di genere che riguarda da vicino anche le categorie con cui si è elaborato il dogma della Trinità: ousia, prosopon, hypostasis, (physis). Sappiamo già la difficoltà di tradurre in latino ciascuno di questi termini (si ricorderà ad esempio che Girolamo non capiva come i greci potessero accettare la formula treis hypostaseis).
Come è stato già detto, i femminismi presentano una gamma di tendenze teoretiche anche molto differenti tra loro. In linea di principio possiamo parlare di due tendenze estreme ed opposte: potremmo chiamare essenzialismo la linea che crede in una essenza del maschile o del femminile che informerebbe l'identità personale degli uomini e delle donne a livello «ontologico» (e qui l'identità personale e i suoi ruoli sarebbero determinati essenzialmente dalla struttura anatomica dei corpi, cioè dal sex).

Meravigliosa grazia!



Amazing grace! (how sweet the sound)
That sav'd a wretch like me!
I once was lost, but now am found,
Was blind, but now I see.

'Twas grace that taught my heart to fear,
And grace my fears reliev'd;
How precious did that grace appear
The hour I first believ'd!

Thro' many dangers, toils, and snares,
I have already come;
'Tis grace hath brought me safe thus far,
And grace will lead me home.

The Lord has promis'd good to me,
His word my hope secures;
He will my shield and portion be
As long as life endures.

Yes, when this flesh and heart shall fail,
And mortal life shall cease;
I shall possess, within the veil,
A life of joy and peace.

The earth shall soon dissolve like snow,
The sun forbear to shine;
But God, who call'd me here below,
Will be forever mine. 

venerdì 25 gennaio 2013

Credo di Paolo VI



Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cfr. Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell’anima spirituale e immortale.
Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni, nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, come Egli stesso lo ha rivelato a Mosè (Cfr. Ex. 3, 14); ed Egli è Amore, come ce lo insegna l’Apostolo Giovanni (Cfr. 1 Io. 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa Realtà divina di Colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che «abitando in una luce inaccessibile» (Cfr. 1 Tim. 6, 16) è in Se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di Se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di Lui a partecipare, quaggiù nell’oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l’eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono le beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura (Cfr. Dz-Sch. 804). Intanto rendiamo grazie alla Bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l’Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

mercoledì 23 gennaio 2013

Se muore l'amore fra gli sposi


di Mauro Pizzighini

È sotto gli occhi di tutti il moltiplicarsi delle situazioni "irregolari" dovute alla fragilità di coppia. Sono auspicabili percorsi specifici però nella pastorale parrocchiale "ordinaria".

lunedì 21 gennaio 2013

Quale sessualità nel fidanzamento?


So che la parola "fidanzamento" non è attuale. Non si usa più dire il mio fidanzato o la mia fidanzata, ma il mio ragazzo o la mia ragazza. Questo spostamento del nome include certamente anche un certo spostamento nel concepire e nel vivere il periodo che precede il matrimonio. Però mi pare di poter affermare che, pur con delle variazioni più o meno consistenti, esiste anche oggi nei giovani, dopo una prima stagione di rapporti amicali e anche allargati, la voglia e il desiderio di un rapporto intenso di esperienza d'amore a due, la quale pur essendo aperta a tutto, e quindi anche alla sua dissoluzione, tenda ad esprimersi nell'intimità, nella fedeltà, nella crescita dei due attraverso il dialogo amoroso che li interroghi e li stimoli. Quale posto può occupare il corpo in questo cammino di intimità e di crescita? E' una realtà da estraniare in maniera totale e radicale perché inquinante il rapporto affettivo o pericolosa perché non facilmente dominabile?
E' su questi interrogativi, più o meno chiari, che vorrebbero svilupparsi queste mie riflessioni senza alcuna pretesa né di completezza, né di assolutezza.

La condanna del giansenismo


Pasquier Quesnel, guida dei giansenisti dopo Antoine Arnauld, pubblicò a Parigi nel 1671 l’opera Abrégé de la morale de l’Evangile, ou Pensées chréliennes sur le texte des 4 Évangelistes. Nel 1867 ne pubblicò un complemento: Abrégé de la morale des Actes, des Épìtres canoniques, de l’Apocalypse. L’opera, stampata e ampliata più volte, ricevette nel 1693 un nuovo titolo: Le Nouveau Testament en francais avec des réflexions morales sur chaque verset. In quest’opera erano contenuti errori così evidenti che l’arcivescovo di Parigi Noailles ne richiese la correzione. Ma anche l’edizione del 1699 fu criticata. Clemente XI nel breve Universi dominici gregis del 13 luglio 1708 proibì l’opera di Quesnel. Giacché la proibizione non ebbe conseguenze presso i giansenisti, il papa su espressa richiesta del re Luigi XIV di Francia nella costituzione Unigenitus Dei Filius condannò formalmente il libro di Quesnel e 101 proposizioni tolte da esso.
Questa condanna - accuratamente preparata con 17 sedute di teologi e 23 di cardinali - tiene presente sia l’edizione dell’opera del 1693 (presentando il testo in latino) come pure l’edizione del 1699. Alcuni vescovi di Francia amici di Quesnel fecero appello dal papa a un concilio generale e furono perciò da Clemente XI con la bolla Pastoralis officiidel 28 agosto 1718 (resa pubblica 1’8 settembre) scomunicati. In questa bolla furono confermati i precedenti decreti contro i giansenisti. Innocenzo XIII (decreto dell’8 gennaio 1722), Benedetto XIII (Sinodo di Roma dell’anno 1725) e Benedetto XIV (enciclica Ex omnibus christiani orbis del 16 ottobre 1756) sottolinearono il valore della costituzione Unigenitus Dei Filius, giacché la sua autorità veniva sempre contestata.

Errori giansenisti di Pasquier Quesnel – Proposizioni condannate
(§ 2) ... Sappiamo con certezza che il grandissimo danno di questo libro avanza sempre di più e si rafforza, perché si nasconde all’interno e come maligna purulenza non sgorga all’esterno se non si incide l’ascesso, dato che questo libro a prima vista seduce i lettori con una sua qualche parvenza di pietà ...

domenica 20 gennaio 2013

La fede libera di Simone Weil


di Vito Mancuso


Fra le cinque figure spirituali che ho scelto per interpretare questo tema, è la più contraddittoria, perché in lei si possono trovare pagine di luminoso amore per il mondo e per la vita accanto ad altri di segno opposto e se dovessi paragonarla a un pittore, penso che potrei fare il nome di Caravaggio, Rembrant… Però se c’è una cosa che appare contraddizione non è un segno negativo, al contrario, nella misura in cui è teorizzata, la contraddizione ha la capacità di portare il pensiero al cospetto del chiaro-scuro della vita, che è meraviglia e che è terrore nello stesso tempo e Simone Weil, teorizza esplicitamente la contraddizione.

venerdì 18 gennaio 2013

Per l'introduzione di cardinali laici



La critica principale che viene rivolta verso l’istituzione ecclesiale è di essere un’istituzione clericale e tutta al maschile che non lascia spazio per altre voci. Non c’è bisogno di elencare il numero di decisioni politiche recenti, da Roma alle sedi locali, che avrebbero avuto un maggior margine di prudenza se solo fossero stati consultati anche dei laici.
Gesù ha detto ai suoi discepoli che erano dei servitori, che avevano il compito di nutrire gli affamati e condividere i propri averi con i poveri, che avrebbero dovuto mostrare il loro amore l’un l’altro mettendo la propria vita a servizio del prossimo. Ora, un certo numero di persone all’interno della chiesa si sono comportate esattamente nella maniera opposta, dando vita ad una cultura clericale che troppo spesso ha dato peso a valori di fedeltà al di sopra della responsabilità. Nel contesto attuale un progetto di riforma appare essenziale per ringiovanire la leadership della chiesa e dare maggior voce all’intera comunità ecclesiale. Come ha scritto papa Giovanni Paolo II nella “Novo Millennio Ineunte”, citando san Paolino da Nola: “Vediamo di ascoltare ciò che dicono tutti i fedeli, perché in ciascuno di essi soffia lo Spirito di Dio” (n. 45).

Perché i vescovi non possono essere eletti dalle loro comunità?


Il testo più antico sulla scelta e sulla consacrazione dei vescovi lo troviamo nella Prima Lettera a Timoteo (che probabilmente è stata scritta negli ultimi decenni del I secolo): “Non tralasciare il dono che è in te e che ti è stato dato per rivelazione profetica, con l'imposizione delle mani, dall'assemblea dei presbiteri” (1 Tm 4, 14). Timoteo era stato lasciato da Paolo vescovo ad Efeso probabilmente intorno agli anni 60-62 (cfr. 1 Tm 1, 3). Negli Atti degli Apostoli troviamo un passo che ha una notevole somiglianza con questo. Dopo aver detto, in At 13, 1, che nella Chiesa di Antiochia vi erano profeti e dottori, Luca afferma che lo Spirito Santo disse loro di separare Paolo e Barnaba per l'opera cui li aveva destinati (At 13, 2); e continua: “Dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li lasciarono partire.

giovedì 17 gennaio 2013

Un'alleanza per l'Europa

di Giovanni Gentili


Quanti tra coloro che si presentano alle elezioni politiche del prossimo 24 febbraio hanno capito che l’Europa è vitale per il nostro futuro? Quanti hanno capito che non ci sono ricette solo nazionali per uscire dalla crisi?

mercoledì 16 gennaio 2013

I cattolici fra populismo e moderazione


di Lorenzo Banducci
 
Elezioni decisive? Elezioni chiave? Forse… Ogni tornata elettorale sembra essere caratterizzata dal suo essere fondamentale per le sorti del Paese. La prossima che si svolgerà il 24-25 febbraio appare esserlo sul serio.


martedì 15 gennaio 2013

Bisogno di spiritualità: intervista ad Anselm Grün




Nel 1991 Lei ha aperto, nella sua abbazia, una “Casa di raccoglimento” dove opera con un’équipe di tre terapeuti. Vi hanno trovato accoglienza circa 500 preti, religiosi e religiose in difficoltà. Che cosa gli proponete?
Anselm Grün: Le persone che si rivolgono a noi lo fanno nella speranza di crescere tanto umanamente che spiritualmente, di poter di nuovo accettare con gioia il proprio lavoro e la propria vita. Il nostro intervento poggia sulla convinzione che in ognuno di noi scorre la fonte dello Spirito Santo, una fonte di creatività e di energia. E’ nostro dovere consentire a queste persone di ristabilire i contatti con questa fonte interiore. E’ proprio nel luogo in cui sono ferite che le persone possono scavare dentro di sé per ritrovare il getto interiore. In altre parole: è nel luogo della sua ferita che ciascuno può scoprire il suo tesoro, perché proprio in questa ferita ognuno si avvicina di più al suo vero io. Noi accogliamo le persone per cure di tre mesi in cui si combinano il sostegno spirituale e il lavoro psicoterapeutico.

lunedì 14 gennaio 2013

Evangelizzazione: la costituzione conciliare "Gaudium et spes" e Teilhard De Chardin


Di Rosino Gibellini

Mezzo secolo fa, l’11 ottobre 1962, – dopo tre anni di laboriosa preparazione – iniziava la prima sessione del concilio Vaticano II, con un memorabile e coinvolgente discorso del papa Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia– «La Santa Madre Chiesa gioisce» –, in cui dissentiva dai «profeti di sventura», e prospettava una chiesa che «vuole mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà».
Nelle sue quattro sessioni (1962-1965) e con i suoi 16 documenti il Concilio ha operato una svolta dottrinale e pastorale, da una chiesa che si auto-definiva in termini giuridico-sociali di società gerarchicamente strutturata a una chiesa che, più biblicamente, si autocomprende come popolo di Dio e come comunione. Per l’ecclesiologia di comunione ogni membro è discepolo del Cristo, soggetto davanti a Dio, testimone del Vangelo.

domenica 13 gennaio 2013

Il battesimo del fuoco


di Giovanni Vannucci

Le autorità religiose di Gerusalemme gli mandarono degli inviati a chiedergli chi egli fosse, e in nome di chi battezzava. Giovanni risponde di non essere il Messia atteso, né un profeta, ma uno che grida: "Raddrizzate le vie del Signore". Il suo battesimo è la preparazione al battesimo dello Spirito Santo che verrà amministrato da uno che è già in mezzo al popolo. Il giorno dopo Gesù andò da Giovanni, che ancora non lo conosceva, e gli si rivelò come "l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo", il peccato che insidia radicalmente l'uomo: la ricaduta nel nulla. Lo riconobbe come l'Atteso perché Colui che l'aveva inviato a battezzare gli aveva detto: "Tu va' a battezzare con l'acqua, quegli su cui vedrai discendere lo Spirito e rimanere su di lui è Colui che libera dal peccato non più simbolicamente con l'acqua, ma realmente con lo Spirito Santo". Giovanni vide plasticamente, come colomba, discendere e posarsi su Gesù lo Spirito Santo, e lo riconobbe e lo annunciò come "il Figlio di Dio".


sabato 12 gennaio 2013

Sull'adozione e l'affidamento da parte di coppie gay e lesbiche


Di Niccolò Bonetti

La Corte di Cassazione, com'è noto, ha respinto il ricorso di un padre, che aveva contestato l'affido esclusivo alla madre poiché quest'ultima, dopo la separazione, conviveva con una donna.
La Corte ha affermato che un minore può crescere in modo equilibrato anche in una famiglia omosessuale perché si tratta di un "mero pregiudizio" sostenere che "sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale".
Subito si sono levate le proteste del mondo cattolico e l'entusiasmo delle associazioni delle famiglie arcobaleno.
Io credo che non esista alcun diritto ad avere figli né per coppie etero né per coppie gay o lesbiche.

La predestinazione del male



L'abisso del mio peccato, del mio male è tale che io come uomo non posso tirarmene fuori da solo; è soltanto attraverso l'azione della grazia divina che l'uomo può salvarsi. Dunque i peccati sono miei, ma la possibilità di salvarmi non è mia, è di Dio. Dice Agostino: "i peccati sono tuoi, i meriti sono di Dio"; i meriti attraverso i quali mi salvo non vengono da me, perché dall'abisso del mio peccato io non potrò mai tirar fuori gli strumenti per salvarmi, ma vengono da Dio.
 Ecco il problema. Allora: la salvezza è soltanto dono divino. Io sono l'autore del male ma non sono l'autore della mia salvezza. Sono l'autore del male ma non posso salvarmi dal male, solo Dio può salvarmi. Allora si pone il grandissimo problema: ma Dio vuole tutti salvi o no? Vuole tutti salvi o no? E allora siamo di fronte a un bivio: se rispondiamo che Dio vuole tutti salvi, e che alla fine, volendo tutti salvi (ciò che Dio vuole può), ci fa salvi, allora dove andrebbe a finire l'efficacia della mia libertà? Io che pecchi o non pecchi è uguale, il mio destino conclusivo è la salvezza che Dio vuole. Dove sarà l'efficacia della libertà, dove va a finire il problema della libertà? Vi è solo una libertà paradossale di poter peccare? Ma questa libertà poi conta ben poco, perché se Dio vuole tutti salvi io, malgrado l'immensità del mio male, sarò salvo, e quindi la libertà viene annullata. Oppure se è indubbio, come dice Agostino e come ripeterà Tommaso, che non tutti si salvano, allora perché Dio alcuni li salva e altri no? Si risponde: per grazia imperscrutabile "Nessun uomo si salverà se non colui che Egli vuole si salvi", dice Agostino e ripete Tommaso. Ma perché se vuole tutti salvi, non salva tutti e solo alcuni?

giovedì 10 gennaio 2013

La povertà della Chiesa


Ricordando, come hanno già fatto altri, il problema dell’evangelizzazione dei poveri, io sono ben lungi dal voler aggiungere un altro tema al sommario già troppo copioso degli argomenti trattati dal Concilio. Ma tengo ad affermare:
- Noi non daremmo soddisfazione alle più vere e più profonde esigenze del nostro tempo (ivi compresa la nostra grande speranza di favorire l’unità di tutti i cristiani), anzi ci sottarremmo ad esse, se trattassimo il tema dell’evangelizzazione dei poveri come uno dei numerosi temi del Concilio.
- Se in verità la Chiesa, come si è detto molte volte, è il tema di questo Concilio, si può allora affermare, in piena conformità con l’eterna verità del Vangelo, e nel medesimo tempo in perfetto accordo con la situazione storica presente: il tema di questo Concilio è la Chiesa nella misura in cui essa è specialmente “la Chiesa dei poveri”. [...]
Detto questo, sarà sufficiente come conclusione e conferma pratica, dare qualche esempio di argomenti cui sarà necessario applicare i nostri decreti di riforma, con ben intesa saggezza e moderazione, ma anche senza nessun compromesso o timidezza:
- La limitazione dell’uso dei beni materiali, soprattutto di quelli che per se stessi offrono un’apparenza minore di santa povertà, secondo la parola: Io non ho né oro né argento ma quello che ho te lo dono.
- L’avvio di un nuovo stile o “etichetta” per i pontefici, di natura tale da non colpire sgradevolmente la sensibilità degli uomini di questo tempo, né fornire ai poveri un’occasione di scandalo; per evitare il pericolo che noi, assai spesso veramente poveri, abbiamo l’apparenza di ricchi.
- La fedeltà alla santa povertà non solamente individuale, ma anche comunitaria, da parte delle famiglie religiose.
- Un nuovo comportamento in campo economico, con l’abbandono di certe istituzioni del tempo passato, ormai prive di utilità e intralcianti il libero e generoso lavoro apostolico.

Giacomo Lercaro 7 dicembre 1962, in P Gautier, La Chiesa dei poveri e il Concilio, Firenze, 1965, pagg. 164ss.

mercoledì 9 gennaio 2013

Nuove voci per un nuovo cattolicesimo democratico


di Lorenzo Banducci


Una scelta di coraggio invocata nei giorni scorsi da vari politici cattolici militanti nel PD. Ieri il Partito Democratico ha presentato quattro nuove candidature, provenienti dal mondo cattolico, tutte innovative e forti.

martedì 8 gennaio 2013

La voce della coscienza contro la violenza delle armi: Pio VII e Napoleone


Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo”

Papa di compromesso, Pio VII pose fra i suoi obiettivi prioritari il ristabilimento del cattolicesimo in Francia. Il suo spirito di conciliazione si accordava con i disegni stabilizzatori del primo console Napoleone, preoccupato di ricomporre il conflitto fra Chiesa e Stato, perché potesse giovare alla pace civile e al ritorno all'ordine, e di restaurare a proprio profitto, in un nuovo equilibrio, il precedente concordato di Bologna (1516). Le prime aperture di Bonaparte (in un discorso pronunciato di fronte al clero milanese il 5 giugno) furono contemporanee alla battaglia di Marengo (14 giugno 1800) e al ristabilimento della dominazione francese nell'Italia settentrionale. L'anziano cardinale Martiniana, vescovo di Vercelli, svolse in un primo tempo il ruolo di intermediario, poi Pio VII inviò a Parigi due negoziatori: il prelato Giuseppe Spina, arcivescovo di Corinto ed esecutore testamentario di Pio VI, assistito dal teologo servita Carlo Francesco Caselli, consultore del Sant'Uffizio. A Parigi, nella massima segretezza, i legati intrapresero a partire dal 15 novembre una laboriosa trattativa con il ministro delle relazioni estere Talleyrand, già vescovo di Autun, e l'abate Bernier, abile negoziatore della pacificazione della Vandea nel 1795. Di fronte all'incagliarsi delle trattative Cacault, ambasciatore di Francia a Roma, convinse il cardinale Consalvi a recarsi di persona a Parigi: giunto in città il 20 giugno, questi riuscì non senza difficoltà a siglare un accordo il 15 luglio 1801 (26 messidoro dell'anno IX). Il bilancio di questo breve testo che si compone di un preambolo e diciassette articoli, aspramente negoziato per otto mesi, è contrastante: rappresenta al contempo una notevole concessione della Santa Sede ai principi religiosi scaturiti dalla Rivoluzione, il ristabilimento della "concordia" fra Chiesa e Stato e delle principali garanzie per l'esercizio del culto, un vero "colpo di Stato" messo a segno a discapito dell'antica Chiesa gallicana e, a più lungo termine, un formidabile rafforzamento dell'autorità del papato sulle Chiese particolari.

lunedì 7 gennaio 2013

Primato e infallibilità del Papa: la costituzione "Pastor Aeternus"(1870)

Non possiamo ignorare che moltissime funzioni, di fatto oggi esercitate dal Papa attraverso la sua curia, non discendono necessariamente dal dogma del primato. Bisognerebbe dare giudizi ben ponderati su ciascuna di esse, sul loro valore, sulla loro utilità e sulla loro opportunità. Ma è necessario un giudizio previo che riguardi il loro rapporto con il dogma della fede cattolica sul primato papale, in modo che là dove non si tratta dei costitutivi essenziali del primato stesso, il giudizio di opportunità tenga sommamente conto della possibilità che il ridimensionamento o la eliminazione di un certo compito oggi esercitato dal Papa renda più praticabile il cammino dell’unità. Una per tutte, si pensi alla prerogativa della nomina dei vescovi.
Sembrerebbe quindi, dato il sommo bene dell’unità della Chiesa, che il papato limitasse le sue prerogative solo a quelle costitutive del senso stesso del primato così come esso è creduto nella fede cattolica. “(Don Severino Dianich )
Né il dogma del Primato del Vescovo di Roma né quello dell'Infallibilità insomma possono essere portati come giustificazione dell'abnorme centralizzazione che caratterizza la Chiesa Cattolica ,la quale costituisce un elemento patologico che impedisce la giusta autonomia delle chiese locali e blocca il dialogo con le comunità ecclesiali d'Occidente e con le chiese orientali.
E' necessario ed urgente un radicale ridimensionamento del potere del Vescovo di Roma e della sua curia affinché questi ultimi siano riportati nei giusti limiti previsti dallo stesso Concilio Vaticano I.


Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli.

domenica 6 gennaio 2013

Liberare la vita: intervista a Simone Pacot

L’Autrice si è dimostrata in questi ultimi anni una grande scrittrice di spiritualità. Nata in Marocco nel 1924, è avvocato onorario alla Corte d’appello di Parigi. Anima dal 1987 incontri di “evangelizzazione del profondo” nell’ambito dell’associazione ecumenica Bethasda. Collaborano con lei laici, sacerdoti e suore della comunità svizzera di Grandchamps, operando contemporaneamente sul piano psicologico e sul piano spirituale.
Presentiamo una sua intervista. 
 

Simone Pacot, Lei propone un lavoro su di sé in cui si conciliano la psicologia e la fede. Come Le è venuta l’idea di un percorso del genere?
Simone Pacot: Ho esercitato in Marocco la professione di avvocato partecipando nello stesso tempo a gruppi di dialogo e di riconciliazione tra musulmani, cristiani ed ebrei. Poi ho fatto parte di un’équipe orientata allo scambio di esperienze di vita e alla non violenza, nell’estremo Sud del Marocco. In tale contesto mi sono trovata a fare i conti con le mie difficoltà relazionali, con quei funzionamenti psicologici che fino ad allora avevo ignorato. Di fronte alle mie crisi interiori e ai miei problemi di vita mi sentivo senza risorse e disperata. Allora ho affrontato una psicoterapia. Tale esperienza ha costituito per me un grande sollievo aprendomi orizzonti insospettati. Rimaneva da stabilire il legame con la mia fede. Nel 1973 ho avuto l’occasione di partecipare in Francia a un seminario organizzato da anglicani sul tema della “guarigione interiore”. Così ho potuto collegare la mia esperienza psicologica alla Parola di Dio. Una ricerca di largo respiro.

sabato 5 gennaio 2013

Monti in campo



di Lorenzo Banducci

 

Monti ha deciso di scendere (o meglio di salire) in campo.

Lo ha fatto con una scelta netta e decisa destinata anche a fare pochi prigionieri fra gli alleati centristi (Casini e Fini) pronti a cedere una bella fetta dell’autonomia delle loro forze politiche al leader (cosa che entrambi non hanno fatto fino in fondo con Berlusconi consumando per questo motivo la frattura con l’allora leader da incensare).

venerdì 4 gennaio 2013

Il cristiano e le ideologie



26. Così il cristiano che vuol vivere la sua fede in un'azione politica intesa come servizio, non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali alla sua fede e alla sua concezione dell'uomo: né all'ideologia marxista, al suo materialismo ateo, alla sua dialettica di violenza e al modo con cui essa riassorbe la libertà individuale nella collettività, negando insieme ogni trascendenza all'uomo e alla sua storia, personale e collettiva; né all'ideologia liberale che ritiene di esaltare la libertà individuale sottraendola a ogni limite, stimolandola con la ricerca esclusiva dell'interesse e del potere, e considerando la solidarietà sociale come conseguenza più o meno automatica delle iniziative individuali e non già quale scopo e criterio più vasto della validità dell'organizzazione sociale.

"Fate la guerra alle mode indecenti”. La donna cattolica tra  apostolato e modernizzazione (1919-1928)


di Anna Praitoni


1. L'associazionismo femminile cattolico e la battaglia contro la moda indecente (1919-1928)

«Qualche centimetro di stoffa un po' più in alto e un po' più stoffa in basso e [le ragazze] saranno tanto più gradite a Dio, e siatene certe, anche agli uomini»1.È uno tra i numerosissimi, accorati appelli che la gerarchia ecclesiastica rivolge alle ragazze dell'Azione Cattolica a partire dagli anni Venti. La «moda indecente», specchio ed indicatore del disordine morale e sociale del primo dopoguerra, diventa un aspetto pastorale di importanza primaria per il Magistero papale. Al nuovo modello estetico, tormentato e mascolino, della «donna-crisi» la Chiesa Cattolica reagisce proponendo il modello integrale della donna cattolica. Strumento e canale principale di tale operazione è il ramo giovanile dell'associazionismo femminile cattolico, la Gioventù Femminile Cattolica Italiana (Gfci), fondata da Armida Barelli nel 1918. Nella costruzione di tale modello femminile cattolico moderno la battaglia contro gli eccessi del costume e, specificamente, contro la «moda invereconda» costituisce un momento fondamentale e non ancora abbastanza approfondito. La ferma opposizione della Chiesa all'evoluzione del costume non può essere letta come un semplice arretramento moralistico, guidato da un mero intento repressivo e retrogrado. L'intera operazione è qualcosa di molto più articolato e complesso che prende vita direttamente dalle parole papali. La battaglia contro gli eccessi del costume trova, infatti, un elemento di novità proprio nell'essere affidata dal Papa direttamente al laicato femminile. In questo senso l'Allocuzione che nel 1919 Benedetto XV rivolge alle convenute al primo congresso dell'Unione Femminile Cattolica Italiana (Ufci) assume i caratteri di un manifesto programmatico.

giovedì 3 gennaio 2013

Rivoluzione o riforme?



Si danno, certo, situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana.E tuttavia sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande.Ma desideriamo che il nostro pensiero venga rettamente inteso: la situazione presente dev'essere affrontata coraggiosamente e le ingiustizie, che essa comporta, combattute e vinte. Lo sviluppo esige trasformazioni audaci, profondamente innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza indugio. A ciascuno l'assumersi generosamente la sua parte, soprattutto a quelli che per la loro educazione, la loro situazione, il loro potere si trovano ad avere grandi possibilità d'azione. Pagando esemplarmente di persona, essi non esitino a incidere su quello che è loro, come hanno fatto diversi dei Nostri fratelli nell'episcopato. Risponderanno così all'attesa degli uomini e saranno fedeli allo Spirito di Dio: giacché è «il fermento evangelico che ha suscitato e suscita nel cuore umano un'esigenza incoercibile di dignità» .
Progressio populorum,Paolo VI

mercoledì 2 gennaio 2013

Don't call me a saint


It is only through religion that communism can be achieved, and has been achieved over and over.”
From Union Square to Rome,Dorothy Day(1938)


Dorothy Day, fondatrice del movimento Catholic Worker (Lavoratori Cattolici), nacque a Brooklyn, in New York, il 8 novembre 1897. Dopo essere sopravvissuta al terremoto di San Francisco del 1906, la famiglia Day si trasferì in un umile appartamento nella parte sud di Chicago. Fu un grande ritiro dal mondo indotto dal fatto che John Day si ritrovò disoccupato. I Day, da quella volta, capirono quel sentimento di vergogna che provano le persone quando falliscono negli sforzi vani.
Fu a Chicago che la Day cominciò a formarsi un’impressione positiva del Cattolicesimo. Più tardi avrebbe ricordato un’amica della madre, una devota cattolica, che la scoprì a pregare di fianco al suo letto. Senza imbarazzo, era tornata a trovare la (signora) Day, le disse dove trovare sua figlia, e tornò alle sue preghiere. “Provai un’esplosione d’amore verso di lei che non avrei mai dimenticato” ha ricordato la Day.

martedì 1 gennaio 2013

Nils Christie: contro il carcere e per una soluzione alternativa dei conflitti


di Zenone Sovilla 
La vita nell'età neoliberista catalizzata dalla televisione che ci chiude in casa e ci sottopone a inquietanti bombardamenti sull'allarme criminalità, rendendoci tutti più soli e diffidenti verso gli altri. Le piazze e le strade che si svuotano la sera trasformandosi nel loro grigiore in un simbolo tragico delle nostre paure.Il cittadino terrorizzato che delega allo Stato la cura della sua angoscia invece di provare a ricostruire le reti sociali. 
Lo Stato come sistema di controllo/repressione sociale e il carcere come fiorente industria al suo servizio. 
Nils Christie studia il controllo del crimine da oltre cinquant'anni e non ha dubbi sulla origine ambientale del comportamento "deviante" rispetto alle convenzioni sociali o alle leggi. In inglese è appena uscita una edizione ampliata del suo "Crime control as industry. Toward gulags, western style" (in Italia la precedente da Elèuthera: "Il business penitenziario. La via occidentale al gulag", 1998). Nella libreria del suo piccolo ufficio all'istituto di criminologia dell'Università di Oslo, il professor Christie ha una sorta di piccolo archivio cartaceo: fascicoli che intitolano "Prigioni negli Stati Uniti", "Prigioni in Russia", prigioni, prigioni, prigioni…"Il grande nemico dell'essere umano - mi dice quando gli chiedo del suo rapporto con i movimenti politici - è spesso lo Stato. Mi hanno appena chiesto un articolo sui e io ho risposto che allora non scriverò degli individui ma degli Stati. Se finisci in una prigione russa o americana, per esempio, è alto il rischio di non uscirne vivo o di uscirne distrutto dal punto di vista psichico, fisico e sociale. Lo Stato è un elemento decisamente pericoloso per la vita umana, specie nell'ambito del sistema penale. Per questo è fondamentale l'impegno per difendere la società civile: non è possibile assistere a un trend come quello americano che nel corso degli anni Novanta ha visto quasi raddoppiare il numero dei reclusi: due milioni (oltre 700 ogni 100 mila abitanti), molti dei quali poveri o scomodi per il potere. Questo significa che ormai si impiega il sistema penale per dirigere la popolazione, invece di assisterla con il welfare state. E il sistema penale non ha controparti: è difficilissimo ostacolarne la continua espansione in società come le nostre...".