giovedì 30 maggio 2013

Ho conosciuto un prete "angelicamente anarchico"


di Luca Scarcia

Questa che segue e' la mia testimonianza.

Chi era don Andrea Gallo?
Chi era questo vecchio prete dalla faccia scarna, amico di Fabrizio De Andre' e Fernanda Pivano?
Conobbi don Andrea Gallo il 21 marzo 2008, in un bar nel centro di Asti. Ci presentò il mio amico Cosimo, che conosceva don Andrea da un bel po' di anni. Mi aspettavo un don Gastone Caoduro, ma comunista. Mi dovetti ricredere.
Fu un incontro breve, il tempo di scolare qualche bottiglietta di Crodino e via. In quei minuti rimasi in silenzio, ad ascoltare quel vecchio prete che mi parlo' di diritti, di Costituzione, di amore per tutti e del Faber. Mi sembrava un turbine dotato di intelligenza. Prima di andare via, mi strinse forte la mano e mi lasciò il biglietto da visita della Comunità di San Benedetto al porto e mi disse di fargli visita. Su quel biglietto era riportata un frase di Dietrich Bonhoeffer: "Pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini".

mercoledì 29 maggio 2013

Può esistere una giustificazione cristiana dell'eutanasia (2°parte)


di Giannino Piana

(Prosecuzione dell'articolo pubblicato ieri)

Osservazioni per un bilancio critico

La provocazione di Küng, le cui argomentazioni vanno seriamente discusse, ci fa in ogni caso intuire che la questione dell'autodeterminazione di fronte alla morte è una questione complessa, meritevole come tale di attenta riflessione. Le ragioni a favore dell'autodeterminazione, comprese quelle di ordine teologico, sono tutt'altro che peregrine. Le argomentazioni contrarie, le quali fanno appello alla radicale indisponibilità della vita umana perché «dono» di Dio o perché dotata di una costitutiva «santità», risultano insufficienti: esse si collocano infatti a livello metaetico o parenetico, e in quanto tali non possono rivestire un carattere assoluto né tanto meno venire immediatamente trasposte in ambito normativo.
La tradizione morale cristiana conosce del resto l'esistenza di consistenti eccezioni al divieto di uccidere, soprattutto sul terreno della vita pubblica - si pensi soltanto alla giustificazione della guerra o oggi, almeno, di operazioni di polizia internazionale - mentre ha stranamente sempre assunto un atteggiamento di intransigente rifiuto di qualsiasi eccezione laddove sono in gioco questioni appartenenti alla sfera della vita privata: dall'aborto al suicidio, all'eutanasia. Si direbbe che si è verificata una politica del doppio binario o, più correttamente, che si è adottato (e tuttora in parte si adotta) un diverso metodo di approccio: nel primo caso, il riferimento è a un modello teleologico, basato sulla misurazione, caso per caso, delle conseguenze positive o negative delle azioni; nel secondo, a un modello deontologico, per il quale a contare è la sola fedeltà ai princìpi (o ai valori), «accada quello che può», senza alcuna attenzione perciò alle ricadute positive o negative delle azioni. Non si vede infatti perché non si debba ricorrere, anche nel caso delle questioni relative alla vita privata, a una responsabile ponderazione dei valori in gioco, valutando concretamente il contesto, le circostanze e le conseguenze delle azioni messe in atto.
D'altra parte, non del tutto infondate sono le obiezioni che alcuni rivolgono alle argomentazioni di Küng. Vi è infatti chi fa notare la diversità che esiste tra la decisione di dare inizio a una vita che non c'è e quella di eliminarne una già pienamente formata anche se in fase di declino; e chi rileva come la responsabilità umana, per quanto grande, non è tuttavia illimitata. Nell'ottica della fede non è l'uomo a darsi la vita e neppure dipende totalmente da lui conservarla; è difficile perciò sostenere che egli possa rivendicare, in termini assoluti, il diritto di togliersela. Se la vita è, dall'inizio alla fine, in mani altrui - si osserva - ne viene che è dovere dell'uomo riconciliarsi con i limiti della propria esistenza e accettare i confini che le sono tracciati dall'esterno; recuperare, in altri termini, la dignità della propria finitudine.
La consapevolezza di questa verità e il riconoscimento della dipendenza da Dio, non in una prospettiva di vago e sterile provvidenzialismo ma di vero impegno, rendono meno difficile anche l'accoglienza delle situazioni limite: «C'è una passività», scrive Eberhard Jüngel, «senza di cui l'uomo non sarebbe umano. Di essa fa parte il fatto che siamo partoriti. Di essa fa parte il fatto che siamo amati. Di essa fa parte il fatto che moriamo» (E. Jüngel, Morte, Queriniana, Brescia 1972). Anche da queste considerazioni critiche non scaturiscono, d'altronde, orientamenti normativi assoluti e senza eccezione; ciò che da esse deriva è la constatazione che il principio di autodeterminazione relativo al morire deve fare i conti con limitazioni oggettive, che ne rendono quanto meno problematiche applicazioni troppo estese e incontrollate. E questo per diverse ragioni, alcune delle quali meritano di essere qui richiamate. Si pensi, anzitutto, alla difficoltà di decifrare la domanda di morire espressa dai malati terminali. L'attività clinica rileva che tale domanda contiene talora un messaggio diverso da quello significato attraverso le parole: è infatti, in alcuni casi, semplicemente un appello a non essere lasciati soli e una richiesta di aiuto. O ancora, si pensi al rischio che l'introduzione dell'eutanasia si trasformi da «estremo rimedio» in pratica abituale, allentando la ricerca di alternative e sostituendosi alla più dispendiosa gamma delle cure assistenziali, nonché dando origine a una sorta di «china sdrucciolevole» (così viene chiamata), che provoca la caduta di barriere morali tese a tutelare l'individuo impedendo che gli interessi economici e sociali finiscano per prevalere con grave danno per le categorie più deboli.

martedì 28 maggio 2013

Può esistere una giustificazione cristiana dell'eutanasia? (1°parte)


di Giannino Piana

in “Micromega” n. 4 del maggio 2013

L'eutanasia è una pratica presente in tutte le società e le culture - dalle più remote a quelle attuali - che ha assunto (e assume) tuttavia connotati e significati diversi a seconda delle modalità con cui viene eseguita e delle motivazioni che giustificano ad essa il ricorso. Senza entrare nel merito di un'indagine storica (e antropologica), che ci porterebbe lontano e che esula peraltro dall'intento di questo saggio, si può dire che l'eutanasia è oggi comunemente intesa come quell'insieme di azioni o di omissioni intenzionalmente e direttamente finalizzate a porre fine alla vita o ad accelerare la morte di un malato che versa in condizioni disperate. L'eutanasia risulta dunque motivata da un atteggiamento di pietà nei confronti di una persona che vive in una situazione particolarmente penosa e che si intende in tal modo sottrarre a ulteriori sofferenze. Questa restrizione dell'area semantica del termine è importante per molte ragioni. A venir meno è anzitutto l'ambigua distinzione tra eutanasia attiva ed eutanasia passiva: quella passiva non ha infatti qui ragion d'essere, in quanto o si configura come omissione terapeutica destinata a provocare la morte - e allora è eutanasia a pieno titolo che non ha bisogno di altre aggettivazioni - o è rifiuto di accanimento terapeutico, e come tale non può certo definirsi eutanasia.
Ma, soprattutto, tale restrizione consente di escludere dall'ambito dell'eutanasia questioni come quelle dell'alleviamento della sofferenza o dell'omissione di trattamenti che provocano un prolungamento abusivo della vita, e che vanno pertanto ascritti alla fattispecie dell'accanimento terapeutico.
L'insistenza con cui affiora oggi la richiesta di riconoscimento dell'eutanasia, non solo sul terreno legislativo ma anche su quello etico, è dovuta a ragioni di diverso segno, che meritano di essere, sia pure sinteticamente, enucleate.
La prima - e la più rilevante - di tali ragioni è la constatazione del moltiplicarsi di situazioni nelle quali la vita personale appare gravemente compromessa nella sua dignità a causa di forme di prolungamento artificiale che la destituiscono della sua qualità umana. Il progresso scientifico tecnologico in campo biomedico, che ha esteso considerevolmente le speranze di vita, vincendo stati morbosi un tempo letali, rischia talvolta, paradossalmente, di trasformarsi in strumento di nuove alienazioni. Dietro la tendenza a sottoporre il paziente a qualsiasi tipo di trattamento, pur di mantenerlo in vita, vi è spesso, da un lato, una malintesa concezione della vita umana ridotta alla sua dimensione biologica e, dall'altro, la ricerca (magari inconscia) di autoaffermazione del medico, che interpreta in maniera del tutto distorta il proprio dovere di servizio alla vita.
Ma la ragione senz'altro più importante della domanda eutanasica è oggi costituita dalla sempre maggiore presa di coscienza del diritto di morire con dignità. Il recupero di centralità del soggetto umano, che è un tratto qualificante della nostra cultura, implica il rispetto assoluto della dignità personale e la conseguente affermazione di una serie di diritti, tra i quali quello di affrontare serenamente e lucidamente, per quanto è possibile, la morte in quanto evento nel quale la vita giunge a compimento. È questo anche il motivo che sta alla base del principio di autonomia o di autodeterminazione, che è uno dei capisaldi dell'odierna bioetica.

lunedì 27 maggio 2013

Morire è ritrovare Dio


di don Andrea Gallo

in “Il Sole 24 Ore” del 26 maggio 2013

Discorso pronunciato il 27 novembre 2008 per la morte del violoncellista Sergio Bonfanti.

Ancora giovane, fui invitato alla Scala di Milano. Che splendore, quale musica! Avvolto in
quell'atmosfera, per la prima volta mi venne da pensare: ma questo è un angolo del Paradiso! Angeli, arcangeli, cherubini, musica celestiale...

domenica 26 maggio 2013

Oltre una visione eurocentrica della Chiesa



i1. Cosa ne pensa di questa nuova stagione della chiesa? Il nuovo papa Francesco ha dato alcuni segnali, ma ancora una volta i conservatori insistono sul fatto che nulla è cambiato, i progressisti lo vedrebbero già fare passi anche troppo avanti… È un po’ sempre la stessa storia che si ripete o no?


Naturalmente ognuno esamina ogni parola del nuovo papa per vedere se è dalla “nostra parte” o meno. Questo è profondamente ingiusto. Francesco ha bisogno di tempo per scoprire la strada davanti a sé, ascoltando il parere dei suoi consiglieri e confidando nella preghiera. Egli scoprirà lentamente nei mesi quanto grande sia la necessità di un cambiamento.

Spero vivamente che sarà un momento di cambiamento radicale. Papa Francesco sottolinea sempre che egli è soprattutto il vescovo di Roma, e fin dalla prima sera affacciandosi sul balcone ha definito subito il suo predecessore, vescovo-emerito. Io ritengo che lui stia cercando di spostarci oltre l'idea, che ha governato la chiesa per secoli, che il papato sia una sorta di monarchia. Lui sta cercando di posizionare il nuovo papato all’interno del collegio universale dei vescovi. Vuole una chiesa, almeno questa è la mia opinione, che sia più dialogica tra le sue componenti.

Non dobbiamo però esagerare nel sottolineare le differenze tra papa Francesco e il suo predecessore Benedetto. Papa Benedetto ha creduto fermamente nell'importanza del dialogo, e sulla necessità di rapporti di reciprocità all’interno della chiesa. Ha parlato spesso di una chiesa che dovrebbe riflettere l'amore della Trinità, che è uguale e reciproco tra i suoi membri. Alcune scelte che papa Francesco sta compiendo potrebbero rivelarsi proprio l'attuazione della visione teologica del suo predecessore. È come se considerassimo che ciascuno ha il proprio dono: l’uno di formulare la visione teologica, l'altro di incarnarla.

Nuova Cittadinanza

 
di Giorgio Romagnoni
 
Il messaggio di don Gallo per la rubrica "tratteggiare idee"
 
 

 
 

venerdì 24 maggio 2013

Rosario Livatino, il giudice che credeva nella carità


Vi presentiamo questo articolo, uscito Ricerca (il bimestrale della FUCI) due anni fa, che parla del giudice Rosario Livatino vittima della mafia.

di Manuela Cilia

«...Forse tu agisci da re
perché ostenti passione per il cedro?
Forse tuo padre non mangiava e beveva?
Ma egli praticava il diritto e la giustizia
e tutto andava bene
Egli tutelava la causa del povero e del misero...» (Ger. 22,15)

Il versetto di Geremia rispecchia il clima di degrado politico che attraversava l'Italia degli anni '70 e '80. Era il periodo del “regime di corruzione” in cui i politici al governo assestavano duri colpi alla magistratura da un lato delegandole la risoluzione dei gravi problemi della nostra democrazia, dall'altro diffidandone col timore che il loro potere venisse da essa stessa minacciato.

giovedì 23 maggio 2013

L'Europa all'ordine del giorno

Vi presentiamo una novità! Abbiamo un vignettista: l'amico Giorgio Romagnoni. Avrà un angolo tutto suo sul nostro blog. 
Oggi ci presenta il "suo" De Gasperi.



di Giorgio Romagnoni


Sacerdote del Signore


A 21 anni dalla strage di Capaci viene celebrata, in ricordo di quel 23 maggio 1992, la Giornata della Legalità con una serie di iniziative interessanti seguite anche dalla RAI. La chiusura ideale avverrà sabato 25 maggio con la beatificazione di don Pino Puglisi. E’ da un ricordo del prete di Brancaccio ucciso dalla mafia che noi vogliamo partire, dimostrandoci aperti ai contributi di tutti e in particolare degli amici del Sud che vorranno intervenire sulle nostre pagine nei prossimi giorni.

di Vito Magno
(religioso rogazionista, giornalista, membro del Centro Nazionale Vocazioni)

da: Rivista "Ai Nostri Amici" settembre - ottobre 1993

Di Don Giuseppe Puglisi, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre ‘93, è stato scritto molto, ma non è stato detto tutto.

E’ morto a cinquantasei anni, ma a leggere i giornali si potrebbe pensare che li avesse tutti trascorsi nella parrocchia palermitana al Brancaccio, che guidava da soli tre anni.
Il grosso della sua attività, invece, don Puglisi lo ha dedicato all’animazione vocazionale, prima come direttore del Centro diocesano vocazioni di Palermo, poi del Centro regionale ed insieme come consigliere del Centro nazionale. E anche quando accettò dal cardinale Pappalardo di diventare parroco al Brancaccio non lasciò la direzione spirituale del seminario.

mercoledì 22 maggio 2013

Gesù risuscitato, "primula" di partecipata risurrezione




Risurrezione e apparazioni di Cristo: una riflessione ancora viva nel pensiero teologico contemporaneo. Proviamo a tracciarne un primo percorso, stimolati da questo testo e da altri che ne seguiranno di differente orientamento. Rimarco che si tratta di un semplice spunto di riflessione e non di una posizione condivisa dal nostro blog.

di Giuseppe Barbaglio 
Ha insegnato presso la Facoltà teologica interregionale di Milano. Dirige per le Edizioni Dehoniane di Bologna le collane «La Bibbia nella storia» e (con R. Penna) «Scritti delle origini cristiane».


in “Concilium” del 2006 – n. 5 


Una lettura non ingenua dei testi del Nuovo Testamento esige di comprenderne il linguaggio metaforico familiarizzandosi in concreto con le metafore: risvegliare dal sonno della morte e rialzare da terra, innalzare colui che era disceso in basso, ascensione al cielo, apparizione, tomba vuota.
La loro funzione è di comunicare realtà ed esperienze che vanno oltre al confine del nostro mondo umano ed esprimono eventi della sfera divina attingibili solo con gli occhi della fede. Nessuna descrizione di ciò che è capitato a Gesù; sarà solo il vangelo apocrifo di Pietro, del II secolo, a farlo (9,34ss.). In realtà, siamo di fronte all’indescrivibile, all’inenarrabile. Kessler non stupisce quando afferma: «Una videocamera installata nel sepolcro non avrebbe ripreso nulla».
Negli scritti canonici incontriamo le testimonianze di Pietro e compagni, non escluso Paolo, che scaturiscono dalla loro esperienza: hanno incontrato nella loro vita il Crocifisso come presenza operante - le apparizioni - e hanno intuito che Dio lo aveva risuscitato, esaltato e glorificato. Lungo i secoli i lettori sono confrontati direttamente con la loro confessione di fede emergente da un vissuto di risuscitati e possono esserne coinvolti, condividendone nello stesso tempo esperienza risurrezionale storica e confessione di Cristo risorto.
Il nucleo centrale comunicato dagli scritti del Nuovo Testamento è dato dagli eventi di pasqua, colti però non tanto in se stessi, quanto nella vissuta testimonianza dei primi credenti. Partendo da questa possiamo coglierne il senso nascosto.
Il credo delle origini recita: «È stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture ed è apparso a Cefa e ai Dodici« (1 Cor 15,4s.), oppure: «II Signore è stato risuscitato e si è fatto vedere a Simone» (Lc 24,34). Risurrezione e apparizione sono i due essenziali eventi pasquali: il primo riguarda Gesù, la sua divinizzante metamorfosi, come si dirà; il secondo indica l’esperienza d’incontro di Pietro e compagni con Cristo che si è fatto loro incontro. Ed è da questa esperienza che essi "deducono" che il Crocifisso è stato risuscitato da Dio.

martedì 21 maggio 2013

Il miglior frutto di questa crisi: l'illusione dell'autonomia


di Emanuele Macca

Siamo travolti da un'ondata di crisi economica che ha il suo epicentro in quella del sistema finanziario. Essa come un'onda tellurica si è espansa gradualmente ma senza sosta fin nelle nostre case e in particolare nelle quarte settimane delle famiglie del ceto medio.
Coloro che mai avrebbero immaginato di dover chiedere aiuto e sostegno ai Centri d'Ascolto delle Caritas e ai Servizi Sociali del Comune di residenza, coloro che compiono gesti di violenza contro se stessi o coinvolgendo terzi sono il segnale tangibile di una crisi sociale che è anche una crisi umana e della persona in quanto tale.

domenica 19 maggio 2013

Introduzione al pensiero teologico di K.Rahner


1. L'orizzonte filosofico di K.Rahner

Il pensiero filosofico di K.Rahner è caratterizzato da un dialogo tra la metafisica dell'essere di S.Tommaso e le istanze storico-esistenziali di Heidegger. Per poter conciliare questi due orizzonti filosofici Rahner si è servito del metodo trascendentale di I.Kant nella versione tomistica del gesuita J.Maréchal (1878-1944). Accettando la Critica kantiana, per cui si dà conoscenza oggettiva a partire dall'a-priori, Maréchal identifica questo elemento non tanto con le categorie e in definitiva con l'Io-penso, ma con l'apertura trascendentale dell'intelletto umano all'Essere. La teologia medioevale chiamava questa apertura antropologica verso Dio desiderium naturale vedendi Deum oppure potentia oboedientialis .
Questa ristrutturazione della conoscenza a partire dal soggetto conoscente viene chiamata da K.Rahner svolta antropologica . Tale svolta non rappresenta una scelta arbitraria all'interno della filosofia, ma rappresenta la svolta storica che la filosofia dopo Cartesio e Kant ha ormai intrapreso. "Questo rivolgersi al soggetto, introdotta da Cartesio e completata da Kant, è l'abbondono del rozzo realismo conoscitivo, che si rappresenta la conoscenza umana secondo il modello di una teoria dell'immagine, dunque come se nel cervello umano ci fosse una miniatura di ciò che l'uomo conosce"1. Questa svolta antropologica costituisce quella che normalmente viene definita modernità . L'oggettività della conoscenza non è data dall'oggetto che viene intenzionato, ma dal soggetto che necessariamente conosce secondo predeterminate strutture l'oggetto. Concetti come autonomia, libertà e soggettività specificano questa epoca filosofica.
Questa svolta antropologica è l'espressione di un rifiuto di ogni forma di dogmatismo. Per questo l'età moderna è divenuta sempre più, in virtù del principio di critica, contrassegnata dal pluralismo. Vivendo in questa epoca anche la Chiesa si è dovuta confrontare con il fenomeno del pluralismo fuori di sé (ad extra) e dentro di sé (ad intra). La perdita dell'oggettiva unità religiosa avutasi con il XVI secolo ha indotto le Chiese a cercare un terreno comune sul quale poter dialogare. Questa comunione è stata individuata nella ragione comune o in termini kantiani nella ragione pura: una ragione che prescinda da ogni dato a-posteriori e sia quindi universale e necessaria. L'unità del genere umano, dunque, non è più data dall'universale, immutabile ed eterna lex dei, riflesso immanente dell'essere immutabile ed eterno di Dio, ma dalla ratio humana. Con la crescita del sapere umano, in tutte le sue forme, è con l'estensione della comunicazione la ratio humana ha dovuto riconoscere sempre più la propria particolarità culturale e regionale. La Babele comunicativa del mondo attuale ha mostrato l'impossibilità di individuare una ragione che sia pura e a-priori. Heidegger e Gadamer, fino a J.Habermas e P.Feyerabend hanno tracciato la strada dell'attuale nichilismo. "Farewell to reason": così si intitola uno dei libri più famosi di Feyerabend.
Come annunciare la fede cristiana in questo contesto così radicalmente diverso da quello in cui si trovava la primitiva comunità cristiana, che aveva nella κoιvή greca una base linguistica e culturale comune, o la Chiesa medioevale? La teologia di K.Rahner è un tentativo di assumere e dunque d'incarnare la fede di sempre nell'attuale epoca storico-culturale. "Con questo però Rahner compie una rottura decisiva con la teologia tradizionale. Questa infatti non ha incominciato dal basso , dall'uomo, ma ha tenuto fermo che una verità di fede, così com'è, debba essere portata all'uomo. Tutt'altro ha fatto Rahner. All'inizio sta l'uomo, non l'affermazione di fede. Nel metodo di Rahner si sposta la domanda dall'affermazione di fede all'esperienza concreta dell'uomo contemporaneo"2.
La svolta antropologica in teologia significa da un lato ripartire dal soggetto umano per annunciare la fede: in questo si caratterizzerà il metodo trascendentale di Rahner. Dall'altro lato questo soggetto umano è storico e contingente: la trascendentalità metodologica non potrà tener presente la categorialità delle espressioni storiche, particolari e concrete in cui si dà l'universale. La grammatica della fede deve quindi ritradursi tenendo presente queste due coordinate: trascendentalità e categorialità. Un'importante precisazione da fare a riguardo è che la svolta antropologica non significa affatto dedurre dall'esperienza umana la fede: questo sarebbe modernismo. Rahner parla di una corrispondenza (cfr avαλoγία) tra l'esperienza umana e l'esperienza di fede. C'è una corrispondenza tra trascendentalità della conoscenza e l'evento della rivelazione, che rende possibile l'intelligibilità e la rilevanza di questo evento. La domanda che guida di continuo il riflettere rahneriano è infatti quella sul senso e la rilevanza antropologica della fede cristiana. Come coniugare la gratuità e la contingenza dell'evento storico e singolare di Gesù Cristo con la pretesa che quell'avvenimento (tunc et illuc) abbia significato universale e dunque per tutti i tempi: sia dunque anche un avvenimento che interessi il qui e l'ora (hic et nunc)? Come evitare che questa coniugazione o corrispondenza non sia compresa come mitologica ? Queste sono le domande di Rahner, che la teologia non può non tener presente.

Pentecoste. Festa della discesa del Santo Spirito


di Alexander Schmemman

da Celebration of Faith. Sermons, Vol. 2 "The Church Year”, 1994

La festa della discesa del Santo Spirito”. Pronuncio queste parole che conosco sin dalla mia infanzia e mentre le pronuncio mi colpiscono come se le sentissi per la prima volta. Sì, sin dal tempo in cui ero bambino ho saputo che 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua, i Cristiani, da tempi immemorabili, celebravano e continuano a celebrare la discesa del Santo Spirito durante una festa conosciuta col suo nome ecclesiale come Pentecoste o, più comunemente, come “Trinità”, il giorno della Trinità.

sabato 18 maggio 2013

Gilbert Keith Chesterton. L'avventura umana e letteraria di un Uomo Vivo


di Fabrizio Saracino

Vi presentiamo oggi la relazione introduttiva di Fabrizio Saracino per un convegno, tenutosi a Perugia e organizzato dalla FUCI locale, su Gilbert Keith Chesterton

Il Gruppo FUCI “Giuseppe Toniolo” in occasione dell’Anno della Fede ha deciso di affrontare un percorso tematico alla riscoperta di alcune importanti figure del laicato cattolico, dedicando in maniera particolare un incontro pubblico sulla figura di Gilbert Keith Chesterton.
Ora alcuni di voi si staranno chiedendo: perché un incontro proprio su Chesterton? Questa mia breve introduzione avrà come scopo quello di cercare di rispondere a questa domanda.

giovedì 16 maggio 2013

La trasgressione rafforza la repressione


Certamente,uno ha il diritto di mettere in pratica la non repressività anche all'interno della società conformistica: dalle stravaganze nell'abbigliamento agli espedienti più folli della vita diurna e notturna.
Ma nella società costituita ,questo genere di proteste si muta in uno strumento di stabilizzazione e perfino di conformismo ,poichè non solo lascia intatte le radici del male ,ma anche testimonia a favore dell'esistenza di una libertà all'interno della repressione generale.
E' certamente un bene che queste libertà del privato siano ancora praticate e praticabili ma la generale assenza di libertà conferisce loro un significato regressivo.
Un tempo questi sfoghi individuali della repressione erano un privilegio esclusivo di una limitata classe alta ,mentre in condizioni eccezionali venivano concessi anche agli strati meno privilegiati della popolazione.
In contrasto a ciò,la civiltà industriale avanzata democratizza le autorizzazioni allo sfogo.
Questa forma di compenso serve a rafforzare il governo che la consente e alle istituzioni che sommistrano il compenso.
Marcuse,Eros e civilità

Non sono guarito, non guarirò nemmeno


Non sono saggio e anzi, per alimentare la tua malevolenza, nemmeno lo sarò. Pretendi dunque da me non che io sia pari ai migliori, ma migliore tra i cattivi: mi basta questo, limitare qualcuno tra i miei difetti e disapprovare i miei errori.
Non sono guarito, non guarirò nemmeno; preparo più i calmanti che le medicine per la mia gotta, mi accontento se mi attacca abbastanza raramente e se dà meno spasmi: se mi paragonate alle vostre gambe, sono un corridore scarso.
Parli in un modo – dici – vivi in un altro” . Di questo, menti malignissime e nemicissime di chi è migliore, è stato accusato Platone, è stato accusato Epicuro, è stato accusato Zenone; ma tutti costoro dicevano non come loro vivessero, ma come loro avrebbero dovuto vivere. Parlo della virtù, non di me, e quando me la prendo con i vizi lo faccio soprattutto con i miei: quando potrò, vivrò come si deve.
Ma quella vostra acredine grondante di molto veleno non mi distoglierà dai migliori; e nemmeno quel vostro veleno che spargete sugli altri, di cui voi stessi morite, mi impedirà di continuare a lodare la vita, non quella che conduco ma quella che so si deve condurre, né di adorare la virtù e di seguirla da molto lontano arrancando.
De vita beata,Seneca



mercoledì 15 maggio 2013

Guerre giuste e ingiuste



Professor Walzer, il dibattito sulla guerra giusta affonda le proprie radici nei classici della filosofia morale e politica. Può descriverci a grandi linee la concezione classica della guerra giusta? 


La riflessione sulla guerra giusta, ripresa negli Stati Uniti in occasione della guerra nel Vietnam, risale a molto tempo addietro ed appare in forme e linguaggi differenti in ogni cultura complessa. La concezione classica è quella cattolica medioevale originatasi dalla cosiddetta «teologia morale» . Essa si indirizza all'esperienza di coloro che, essendo impegnati nella guerra in qualità di leader politici o di soldati, sono costretti a prendere continuamente delle decisioni e a cercare una auto-giustificazione morale. Nessun leader politico, infatti, può mandare dei giovani ad uccidere ed essere uccisi, senza fornire loro delle ragioni morali, senza assicurarli che agiscono per una giusta causa.

sabato 11 maggio 2013

Sulla marcia per la Vita


di Niccolò Bonetti
Sulla civiltà occidentale spira, da diversi decenni un'aria di morte: l'aborto si è ormai affermato come diritto inviolabile della persona in quasi tutti i paesi occidentali (il mito crudele dell'autodeterminazione) mentre sta prendendo sempre più piede la depenalizzazione dell'eutanasia , fatto che mostra chiaramente quanto la sofferenza sia stata privata di ogni valore salvifico e umanizzante e quanto si stia affermando sempre di più una visione individualistica e libertaria della morte.
Il cristiano non può accettare questa eclissi dell'inviolabile diritto alla vita, non può accettare né può in alcun modo essere partecipe del grave smarrimento valoriale che in questo ambito ha colpito l'Occidente.

Pena di morte attiva in 21 paesi


di Sabrina Magnani

in “Settimana” n. 17 del 28 aprile 2013

La notizia buona è che è in costante diminuzione, quella meno buona è che la si è registrata in paesi che da tempo non ne facevano ricorso: la pena di morte è sempre più osteggiata nel mondo, confermando la tendenza a una sua drastica diminuzione ma, al tempo stesso, presenta una ripresa in paesi che parevano averla dimenticata. È quanto emerge dal Rapporto annuale sulla pena di morte elaborato da Amnesty International e presentato a Roma il 10 aprile, che analizza il ricorso alla massima pena capitale paese per paese, contestualizzandolo nell’ambito del più ampio discorso dei diritti umani. Nel corso del 2012 ci sono state esecuzioni in 21 paesi, lo stesso numero dell’anno precedente ma meno rispetto a dieci anni fa, quando erano 28. Le pene capitali eseguite di cui l’associazione è venuta a conoscenza sono state 682, all’incirca le stesse dell’anno precedente, mentre 1.722 sono state le sentenze capitali proclamate in 58 paesi. Nonostante l’impegno di Amnesty a documentare nella maniera più adeguata il fenomeno, questi numeri non comprendono le centinaia di esecuzioni che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono mantenuti segreti, così come accade anche in Iran.
Si tratta di due paesi asiatici, accomunati dall’essere guidati da regimi semi-autoritari o comunque non democratici, che volutamente mantengono un’opacità funzionale per poter agire in totale arbitrarietà, senza alcun rispetto per i diritti umani. Ed è, infatti, proprio l’Asia la regione del mondo in cui il ricorso alla pena di morte ha registrato le maggiori impennate, evidenziando – come già rilevato dai precedenti Rapporti – lo stretto legame con la mancanza di democrazia. Asiatici sono quattro dei cinque paesi che presentano il maggior numero di esecuzioni: Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita, a cui si aggiunge lo Yemen, al sesto posto dopo gli Stati Uniti. E, mentre i metodi di esecuzione sono differenti, dalla decapitazione all’impiccagione, dalla fucilazione all’iniezione letale, diversi sono anche i reati per cui si giunge alla massima pena capitale, tra cui quello di apostasia, di blasfemia e di adulterio.
Nell’area asiatica paesi importanti come l’India, il Giappone e il Pakistan hanno ripreso le esecuzioni dopo un lungo periodo: in India è stata eseguita la prima condanna dal 2004, portando sul patibolo uno degli uomini coinvolti negli attacchi a Mumbai del 2008, mentre in Giappone sono state impiccate tre persone che erano detenute nel braccio della morte. Ma è il Pakistan il paese in cui la ripresa delle esecuzioni ha mostrato l’impennata più sostanziosa. A marzo sono stati condannati a morte il governatore del Punjab e il Ministro per le minoranze, di religione cristiana, per avere criticato la legislazione sulla blasfemia. È stata la punta dell’iceberg di un atteggiamento delle forze governative volto a reprimere nella violenza il dissenso, in questo aiutate dalle forze di sicurezza che sono state implicate in violazioni come sparizioni forzate, torture ed esecuzioni extragiudiziali.

venerdì 10 maggio 2013

Valori non negoziabili e valori di "serie B": la questione ungherese


di Lorenzo Banducci

Mi ha fatto molto riflettere il dibattito che si è manifestato negli ultimi mesi sulla promulgazione, avvenuta nel marzo scorso, da parte del parlamento ungherese di una nuova Costituzione.

giovedì 9 maggio 2013

Adolescenti e Chiesa a confronto


di Barbara Marchica

Gli adolescenti desiderano educatori che sappiano guidarli in modo autentico alla ricerca della vera interiorità. La formazione degli adulti diventa così un passaggio fondamentale.
Il lavoro di analisi sul documento della Cei Educare alla vita buona del Vangelo ha permesso agli studenti di un liceo classico del centro storico di Milano di riflettere e di confrontarsi sugli Orientamenti pastorali, proposti dall'episcopato italiano. Nel primo articolo gli adolescenti si sono concentrati sul capitolo intitolato Educare in un mondo che cambia; nell'articolo successivo si sono cimentati con il capitolo Gesù, il maestro, soffermandosi in modo particolare sul paragrafo n. 20, La Chiesa discepola, madre e maestra.
Quest'ultimo articolo (i primi due sono apparsi su Sett. n. 11/11, p. 6 e n. 21/11, p.11), vede le riflessioni degli studenti sul terzo capitolo Educare, cammino di relazione e fiducia. In qualità di insegnante di religione cattolica, avendo proposto questo tipo di lavoro sul testo, ritengo che sia stata per loro un'occasione di ricchezza sia per essersi confrontarti con argomenti spesso ignorati, sia perché la condivisione del proprio pensiero ha dato loro modo di dialogare con i propri coetanei.
Questi articoli possono servire anche a noi adulti per conoscere maggiormente il mondo giovanile e comprenderne i bisogni esistenziali.
In linea generale quasi tutti gli studenti hanno apprezzato quanto hanno affermato i vescovi, nel terzo capitolo, a proposito dell'adolescenza e cosa vive l'adolescente in questa fase assai complessa e delicata. Molti si sono stupiti che i vescovi potessero trattare tali argomenti, visto che per loro questi dovrebbero occuparsi solo di cose della Chiesa.
Se negli altri due articoli è emersa dalle loro riflessioni una certa spaccatura, non senza punte polemiche, tra Chiesa intesa come istituzione e Chiesa vista come comunità cristiana, qui ci troviamo di fronte ad un'altra spaccatura - forse più insidiosa - tra pubblico e privato, tra fede personale e religione, tra essere e agire.
Proviamo ad addentrarci in questa tortuosa questione, attraverso le risposte anonime degli stessi studenti.

mercoledì 8 maggio 2013

L'uomo sulla copertina


di Lorenzo Banducci

Erano i primi anni ’90 e un bambino, aggirandosi in un negozio di libri accompagnato da suo padre, si divertiva in quello che era il suo passatempo di allora e che tanto faceva divertire parenti e amici: riconoscere i politici alla semplice vista di una loro immagine e pronunciarne il nome a voce alta per mostrare al mondo intero la bravura in questa qualità.
Inutile dire che quel bambino in quella libreria ero io e come, già da allora, la mia malattia cronica nei confronti della politica iniziasse a dare i primi segni.

domenica 5 maggio 2013

L'autentica amicizia


Quelli che chiamiamo abitualmente amici o amicizie sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite.
Nell’amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’una nell’altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui; perché ero io”.

Perchè si perde la fede


Persi la fede nello stesso modo in cui l’hanno perduta e continuano a perderla coloro che hanno ricevuto il nostro stesso tipo di educazione. Nella maggior parte dei casi ciò accade nel modo seguente: si vive come vivono tutti, e tutti vivono basandosi su principi che non solo non hanno nulla in comune con la fede professata, ma che anzi le sono generalmente contrari e opposti; la religione non entra nella vita, e non accade mai, sia nei rapporti con gli altri che in privato, di doverci confrontare o fare i conti con essa. Viene professata e praticata in qualche regione indeterminata, lontano dalla vita e indipendentemente da essa. Quando entriamo in contatto con la fede, la consideriamo normalmente come un fenomeno esteriore, non collegato all’esistenza.

Che senso ha dire che si è pentiti dei propri peccati, se la mente brucia delle stesse passioni di un tempo?


Io voglio provare per tutta la vita attraverso la contrizione dell’anima quello stesso dolore che tu hai sofferto per un attimo nella carne e offrire così a te, se non a Dio, una specie di soddisfazione.
In effetti per confessare apertamente la miseria e la debolezza del mio cuore, non saprei proprio trovare da sola una forma di espiazione che possa soddisfare Dio; anzi talora arrivo al punto di accusarlo di crudeltà per aver permesso l’oltraggio di cui sei stato vittima, e mi rendo conto che più che cercare di placare la sua collera con la penitenza, lo offendo con il mio atteggiamento ribelle e con la mia sorda opposizione alla sua volontà. Che senso ha, infatti, dire che si è pentiti dei propri peccati e umiliare in tutti i snodi il proprio corpo, se la mente è ancora pronta a peccare e anzi brucia delle stesse passioni di un tempo?

sabato 4 maggio 2013

Come poté la vista sopportare l'uccisione di esseri che venivano sgozzati e fatti a pezzi?



Tu vuoi sapere secondo quale criterio Pitagora si astenesse dal mangiar carne, mentre io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano.

Pacifismo o viltà?


Ogni pacifismo che trova appoggio soltanto nella paura della morte è un fermento di decomposizione che usurpa un immeritato prestigio. La paura di versare sangue non è il rispetto alla vita altrui.
Questo orrore del sangue è oggi generico negli uomini che non temono nè di anemizzare il sangue vivo nè di intossicarlo nè di infettarlo nel corso dei giorni e le notti.
Questa anzi è una delle ipocrisie che segnano la nostra epoca.Certi tipi più virili appoggiavano la morale sulle due colonne della Forza e della Prudenza.
Temere di morire di una piccola morte senza una ragione sufficiente o di uccidere ingiustamente è un effetto della prudenza.
Ma temere senza altra precisazione di morire o di uccidere è un sintomo di debolezza.
Mounier,Trattato sul carattere

venerdì 3 maggio 2013

Il riso e il gioco sono virtuosi


Come l‘uomo ha bisogno del riposo fisico per ritemprare il corpo, il quale non può lavorare di continuo per la limitazione delle sue energie, così ne ha bisogno anche dalla parte dell‘anima, le cui forze sono adeguate solo per determinate attività. Perciò quando l‘anima si occupa oltre misura in qualche lavoro, sente lo sforzo e la fatica: specialmente perché nelle attività dell‘anima collabora anche il corpo, dato che anche l‘anima intellettiva si serve di facoltà che agiscono mediante organi corporei. Ora, i beni connaturali all‘uomo sono quelli sensibili. E così quando l‘anima, occupata in attività di ordine razionale, sia in campo pratico che speculativo, si eleva al disopra delle realtà sensibili, sente una certa fatica. Soprattutto però se attende all‘attività contemplativa, perché allora si eleva maggiormente sui sensi; sebbene forse la fatica del corpo in certe attività della ragione pratica sia maggiore. Tuttavia, sia nel primo che nel secondo caso, tanto più uno si affatica nell‘anima quanto più grande è l‘impegno col quale attende alla sua attività razionale. Ora, come la fatica fisica si smaltisce con il riposo del corpo, così la fatica dell‘anima deve smaltirsi con il riposo dell‘anima. Ma il riposo dell‘anima è il piacere, come si è detto sopra [I-II, q. 25, a. 2; q. 31, a. 1, ad 2] nel trattato sulle passioni. Quindi per lenire la fatica dell‘anima bisogna ricorrere a un piacere, interrompendo la fatica delle occupazioni di ordine razionale.

giovedì 2 maggio 2013

La cristianità è morta



Si può confutare,condannare, estirpare un errore o un'eresia. Non si confuta un dramma; e la cristianità nella sua pace di superficie affronta oggi il più terribile dei drammi in cui finora sia stata impegnata. Il cristianesimo non è minacciato d'eresia: non appassiona più abbastanza perchè ciò possa avvenire. E' minacciato da una silenziosa apostasia provocata dall'indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione. Questi segni non ingannavano: la morte si avvicina.

mercoledì 1 maggio 2013

Il problema dell'occupazione


In questa giornata di festa del lavoro  (per la società civile) e di celebrazioni per San Giuseppe Lavoratore (per la Chiesa Cattolica) desideriamo porre l'accento sul problema della mancanza di occupazione. Tema quest'ultimo che sta falcidiando l'intera società italiana e in particolare il Mezzogiorno e le giovani generazioni. Lo facciamo con queste parole di Giovanni Paolo II tratte dall'enciclica Laborem Exercens del 1981.

di Giovanni Paolo II

Dall’enciclica “Laborem Exercens”, 1981

Considerando i diritti degli uomini del lavoro proprio in relazione a questo «datore di lavoro indiretto», cioè all'insieme delle istanze a livello nazionale ed internazionale che sono responsabili di tutto l'orientamento della politica del lavoro, si deve prima di tutto rivolgere l'attenzione ad un problema fondamentale. Si tratta del problema di avere un lavoro, cioè, in altre parole, del problema di un'occupazione adatta per tutti i soggetti che ne sono capaci. L'opposto di una giusta e corretta situazione in questo settore è la disoccupazione, cioè la mancanza di posti di lavoro per i soggetti che di esso sono capaci. Può trattarsi di mancanza di occupazione in genere, oppure in determinati settori di lavoro. Il compito di queste istanze, che qui si comprendono sotto il nome di datore di lavoro indiretto, è di agire contro la disoccupazione, la quale è in ogni caso un male e, quando assume certe dimensioni, può diventare una vera calamità sociale. Essa diventa un problema particolarmente doloroso, quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un'appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità. L'obbligo delle prestazioni in favore dei disoccupati, il dovere cioè di corrispondere le convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie, è un dovere che scaturisce dal principio fondamentale dell'ordine morale in questo campo, cioè dal principio dell'uso comune dei beni o, parlando in un altro modo ancora più semplice, dal diritto alla vita ed alla sussistenza.