martedì 28 febbraio 2017

Lo sguardo del medico sulla vita


di Giuseppe Viola

In quanto medico neuropsichiatra vorrei offrire una chiave di lettura probabilmente meno formale rispetto a quella dei riferimenti normativi o magisteriali, ma più empirica. Spesso, infatti, sulla carta l’esperienza della sofferenza e della morte tende ad essere parziale e superficiale, senza tener sufficientemente in considerazione le conoscenze mediche.
Ho vissuto circa due anni in un reparto pediatrico in cui si praticavano anche cure compassionevoli in pazienti che terminavano la loro breve esistenza terrena. Veder soffrire un bambino giorno dopo giorno – per mesi, a volte – mi ha insegnato che la vita non è data da un cuore che batte, dalle escursioni di volume di due polmoni o da una attività cerebrale lenta se pur presente. La vita è la possibilità di entrare in relazione con se stessi e con gli altri, di poter godere del calore del sole e della sensazione fresca del vento, di poter comunicare i propri stati d’animo, le proprie emozioni e sentimenti. Se ciò viene a mancare e si aggiungono atroci sofferenze fisiche, non posso stare lì impotente, ma neppure intervenire in maniera invasiva: piuttosto, il mio compito è quello di valutare se non ci sia un accanimento terapeutico in atto a cui spesso gli stessi familiari ci spingono.
Una persona in uno stato di coscienza dubbio, non rispondente agli stimoli ambientali né dolorosi e la cui unica manifestazione di “vita” sarebbe un respiro affannoso e un cuore che batte troppo veloce o troppo lento non credo, in scienza e coscienza, che si possa definire in vita. Stabilita l’irreversibilità di un quadro clinico è dovere di qualunque medico non “accanirsi terapeuticamente” – conformemente sia al codice di deontologia, sia al Catechismo della Chiesa Cattolica – e lasciare che non venga alterato il decorso naturale per mantenere integra la dignità della persona, oltre che il suo diritto di autodeterminazione. Il labile confine tra cure e accanimento terapeutico è sicuramente legato alla scienza e coscienza del medico a cui ci si affida per le cure.
In alcuni casi, alla fine della corsa della vita, penso sia giustificato il desiderio di interrompere la sofferenza giornaliera, continua, che si ripete ad ogni istante rendendolo identico al precedente; non può essere il paziente stesso oggetto di biasimo per un tale “desiderio di morte”. Nei miei ultimi giorni, non vorrei che mi venisse infilato ripetutamente in ogni vena del mio corpo un ago da pochi gauge per essere idratato o nutrito o, ancor peggio, che mi venisse posizionato un accesso venoso centrale per infondere i liquidi “vitali” direttamente nella vena giugulare interna, esattamente come non vorrei un sondino buttato giù dal naso fino allo stomaco o una tracheotomia.
Non vorrei quindi sancito per legge il dovere di idratare e nutrire artificialmente chiunque, sempre e comunque: sarebbe la negazione della naturalità. Un sondino nasogastrico fa male, provoca lesioni e ulcere lungo il suo decorso e le agocannule nelle vene le fanno rompere a lungo andare, creano stravasi di liquidi quando vanno fuori vena. Filtrate dagli occhi di un medico, tali manovre sono un po’ come nel giardino della sofferenza dello Zibaldone di Leopardi: «Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali».
Vorrei poter esprimere la mia dichiarazione di volontà anticipata affermando che qualora le mie condizioni fossero ritenute dai clinici come irreversibili, cioè senza alcuna possibilità di ritorno ad una vita “non artificiale”, non vorrei alcun tipo di intervento se non una adeguata sedazione farmacologica che mi accompagni alla morte.
Di certo i non addetti ai lavori prima della fase di stesura del cosiddetto “testamento biologico” necessitano dell’ausilio di un medico di fiducia per un supporto informativo circa le manovre più o meno invasive a cui si può essere sottoposti e anche per definire quale sia lo stato di irreversibilità in cui interrompere le manovre rianimatorie, lasciando comunque un margine di azione ampio ai medici che dovrebbero valutare il quadro clinico. Forse introdurrei anche un termine temporale: ad esempio, se le mie condizioni cliniche rimanessero stabili per un mese, due mesi o un anno, vorrei l’astensione da ulteriori pratiche invasive e/o rianimatorie. Non so ancora esprimermi sul criterio temporale, perché dovrei riflettervi più esaustivamente. Ad oggi, nelle proposte di legge in discussione, sono affrontati tutti gli aspetti formali, però non ci sono chiari riferimenti al contenuto (cosa fare e cosa non fare e in quali casi) che dovrebbe essere espresso in tale documento.
Insomma, sposo la bioetica laica contemporanea che non considera, sul piano puramente razionale, “un dovere incondizionato di continuare a vivere” e che ritiene non si possa invocare il concetto di “interesse alla vita” ove sussista una situazione di “insostenibile sofferenza” tale da rendere la vita disumana. Al contempo, la redazione di un testamento biologico non può essere considerata una sorta di suicidio o un atto di superbia nei confronti di Colui che ci ha donato la vita; essa rientra nel margine di autodeterminazione che discende dal libero arbitrio.
Non mi riconosco appieno nell’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II, perché la dichiarazione di volontà anticipata non può essere definita una fuga dalla sofferenza vissuta come «uno scacco insopportabile» in una cultura volta all’edonismo. Nella mia prospettiva empirica non riesco a considerare la sofferenza di un bambino, di un giovane o di un anziano come un “castigo purificatore”; sarebbe come ammettere una posizione sadica di Dio nei confronti dell’uomo. Le posizioni del Catechismo mi suonano troppo generali e poco aperte al discernimento personale di ciascun caso, come invece il Magistero più recente sottolinea. Al contrario, posso dirmi maggiormente vicino a quanto espresso nel 2013 dalla Conferenza episcopale tedesca circa la possibilità di ricorrere, in alcune circostanze, ad una eutanasia passiva o indiretta, ammesse solo parzialmente dal Catechismo come mancato accanimento terapeutico.

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

Diventare Padri per scegliere tra volontà e bene dei propri cari

di Vincenzo Fatigati
Uno dei punti focali del film Million Dollar Baby è rappresentato dalla scena in cui Frankie, l’allenatore di Maggie, la pugile inchiodata in stato di paralisi permanente su un letto dopo essere stata vigliaccamente colpita nell’ultimo incontro di pugilato, svela il significato del termine “mogusha”: mio sangue, mio tesoro. Il richiamo cristologico è evidente (come segnalava Fabio Ferzetti su Il Messaggero del 17 febbraio 2005) e ci permette di rileggere tutta la narrazione dal suo epilogo: Maggie muore a 33 anni, ed è quindi «fatta della stessa sostanza del padre», legata da un rapporto quasi filiale, benché sia di tipo putativo. Ma la prova più alta e difficile di paternità consiste nell’assecondare la volontà dell’allieva/figlia, somministrando una dose massiccia di adrenalina, in modo da permettere di non soffrire: e morire.
La definizione del ruolo paterno, in questa prospettiva, ha una funzione salvifica e quasi redentrice. Frankie è, da una parte, un padre naturale (un “non-padre”) fallito, non ricevendo risposte alle lettere che scrive alla sua figlia naturale; dall’altra, è un maestro condizionato troppo dal senso paternalistico: per paura paterna non permetterà al suo allievo migliore, “Big Willie”, di combattere per il titolo, indirizzandolo verso un altro manager. Solo quando accetterà di dare una possibilità a Maggie riuscirà a sintetizzare queste due figure di padre/maestro, dove il ruolo di maestro permettere di diventare vero padre. Il prete, a cui “confessava” i propri dubbi, non riesce a rispondere alle domande di Frankie: «Cos’è lo Spirito Santo?», «Cos’è l’Amore filiale?». Anzi, al contrario, mostrando l’elencazione di una dottrina svincolata dall’esperienza, accresce i sensi di colpa: sarà solo la dialettica instaurata dall’incontro con Maggie che permetterà di costruire la dimensione paterna; non certo l’enunciazione di una dottrina in modo didascalico. E l’eutanasia, quindi, risulterà essere il più alto (?!) gesto d’amore del padre (?).
Prima di parlare del Catechismo cattolico, proviamo un attimo a rileggere la dialettica tra responsabilità e autorità genitoriale in maniera radicalmente opposta, offrendo una prospettiva diversa. Emerge insistente un quesito: cosa scegliere tra comandamento e responsabilità di un padre? Nella nostra articolazione della risposta già offriamo una definizione dell’amore, ponendo una nuova questione di Antigone, dove da una parte c’è la legge religiosa e dall’altra quella del padre naturale. Una sorta di Edipo rovesciato: solo uccidendo il padre/celeste/religioso potrebbe ritornare a diventare un vero padre, esercitando l’amore per la figlia. O meglio, cercando di interpretare secondo gli spunti offerti dal racconto del sacrificio di Isacco, arrivando ad un assurdo etico: cosa bisogna scegliere tra la volontà (“assurda”) di Dio/Padre e l’istinto paterno di salvare il proprio figlio? Scelta che, laicamente, è tra legge divina e carità umana.
Cosa succederebbe se un medico, andando contro la volontà di un Testimone di Geova, offrisse cure mediche ad un paziente per salvare la sua vita? Si veda la Sentenza n° 42111/2007 della Sez. III della Cassazione Civile, che nega il risarcimento del danno al paziente, pur evidenziando il discrimine. Quali sono, o possono essere, i limiti del soggetto in merito alla Dichiarazione Anticipata di Trattamento (DAT), il cosiddetto “testamento biologico”?
Il Catechismo è abbastanza chiaro sulla DAT, esplicitando da una parte il rifiuto (CCC 2277) di predisporre forme mascherate di eutanasia per alleviare il dolore, ma anche la possibilità in certi limiti di poter interrompere l’accanimento terapeutico (CCC 2278). Ma questo non sposta di un millimetro la questione di un padre/medico che vede la propria figlia/paziente in stato vegetativo: cos’è la vita? Chi è in stato vegetativo è davvero “vivo”? E se è in coma, lo è ugualmente? Qual è il confine tra interruzione del trattamento terapeutico e omicidio? Quali sono le libertà del soggetto quando, in possesso delle sue piene facoltà mentali, deve decidere della propria fine, in casi eventuali che non riesce neanche a immaginare? Come un padre può interpretare, realizzare allo stesso tempo la volontà e il bene della propria figlia?
Non sono domande che si possono risolvere in poche righe e in maniera categorica, o didascalica, dicevamo prima. In Italia non esiste ancora una regolamentazione completa sul testamento biologico, mentre in altri sistemi giuridici, come in quello tedesco, si arriva a nominare un fiduciario. Tuttavia in Italia esistono norme che tutelano il “consenso informato”; si veda al riguardo l’art. 32 della Costituzione e l’art. 5 della Convenzione di Oviedo adottata dal Consiglio d’Europa nel 1997. Inoltre gli articoli 30 e 32 del Codice di deontologia medica affermano il diritto al consenso informato.
Il Parlamento italiano negli anni scorsi ha discusso un disegno di legge sul testamento biologico (Legge Calabrò) che venne approvato in prima lettura, ma poi non fu più confermato e decadde. In tale ddl Calabrò il rapporto medico-paziente era impostato in una prospettiva quasi “genitoriale” e “paternalistica”, che spostava la questione su un piano pragmatico, valutando le circostanze del momento. Da una parte infatti il DDL escludeva alcuni trattamenti (idratazione e nutrizione artificiali risultavano sempre obbligatorie) e dall’altro si prevedeva che il testamento biologico fosse una sorta di orientamento che può essere disatteso dal medico secondo scienza e coscienza; in Germania esiste invece la figura del tutore che ha le stesse funzioni putative. La proposta, insomma, era quella di affidarsi ad una figura di garante che conosce i nostri bisogni e la nostra volontà cercando di trovare una sintesi tra legalismo volontaristico/religioso e carità (intesa quale bene del proprio caro). Nelle proposte C.3970 e C.3599, rispettivamente del Movimento 5 Stelle e dei deputati civatiani di “Possibile”, si parla nuovamente della figura del fiduciario, anche se la volontà del paziente ha un maggiore peso vincolante e può anche spingersi al rifiuto dell’alimentazione forzata.
A mio avviso, bisogna sia porre dei limiti alla libertà del paziente, sia dall’altro avere la sensibilità di assumersi la responsabilità di scegliere, seguito dalla carità e amore, il bene del paziente, secondo il momento e la circostanza.
Sembra quasi che, in certi contesti, per esercitare l’amore paterno occorra ribaltare il motto evangelico – proprio come nella scena finale di Million Dollar Baby – seguendo il vero comandamento della propria coscienza: sia fatta la volontà del figlio!

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

Brevi osservazioni sulla dichiarazione anticipata di trattamento


di Raffaele Dobellini
Sono attualmente in discussione presso la Commissione Affari sociali della Camera sedici proposte di legge sul c.d. testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento. Tra queste due espressioni andrebbe preferita la seconda. L’espressione “testamento biologico”, infatti, può essere interpretata come sostegno alla tesi secondo la quale il bene vita sia «davvero subordinato alla mera volontà potestativa della persona e che questa sia comunque l’unica legittimata ad attribuire a tale bene un qualsivoglia valore»[1]. Il rilievo assunto dalla DAT origina, per un verso, dalla necessità di evitare che sia un giudice a dedurre la volontà del paziente in stato c.d. vegetativo, ricorrendo ad improbabili testimonianze di terzi, dall’altro, dalla natura relazionale-personalistica, che oggi si attribuisce al rapporto tra medico e paziente, che ha permesso di superare la «primazia del medico sull’alleanza terapeutica»[2]. La DAT risulta necessaria, però, proprio perché l’autodeterminazione del paziente si esplica appieno solo nel caso di pazienti capaci di intendere e di volere, «mentre risulta di difficile applicazione in tutti i casi in cui il paziente sia in condizione di fragilità e vulnerabilità e abbia difficoltà nel manifestare chiaramente le proprie volontà»[3]. Se il sanitario non è più il deus ex machina dell’attività terapeutica, non è, però, neanche un mero ed asettico esecutore dell’altrui volontà. Permarrà sempre una zona grigia in cui il sanitario sarà chiamato ad esercitare la propria valutazione. Proprio l’importanza attribuita all’alleanza terapeutica non può che condurre, infatti, a negare la piena vincolatività di una DAT che escluda qualsiasi tipo di terapia, soprattutto se il medico è consapevole che il dichiarante non abbia adeguatamente tenuto conto del possibile sviluppo della scienza medica o dell’evoluzione della propria malattia.
Ciò detto, si possono indicare alcuni requisiti di validità della DAT che il legislatore dovrebbe tenere in considerazione: 1) dichiarazione di soggetto maggiorenne capace di intendere e volere ed adeguatamente informato; 2) forma scritta con data e firma certe; 3) specificità delle situazioni cliniche considerate e dei tipi di terapia rifiutati; 4) conformità delle dichiarazioni al nostro ordinamento (nessuna introduzione surrettizia dell’eutanasia); 5) deve valere il principio di precauzione (in dubio pro vita), assumono valore quindi le revoche informali e deve persistere l’attualità della dichiarazione; 6) assenza di miglioramento della situazione clinica e della terapeutica, nessuno infatti rifiuterebbe i miglioramenti della scienza; 7) «il divieto per il rappresentante legale del minore o dell’infermo di mente, di rifiutare le cure del rappresentato, poiché questo ha soltanto il potere-dovere di agire per la salvaguardia della vita e salute del rappresentato medesimo […] (non essendo legittimo, ad es., per il nostro ordinamento il prelievo di rene, consentito dai genitori, dal figlio minore per trapiantarlo sul fratello gemello, come è avvenuto altrove)»[4].
La DAT, sebbene rispettosa di detti requisiti, rimane pur sempre uno strumento. Sarà il legislatore a dover evitare che diventi uno strumento sterile, che contribuisca ulteriormente a lasciar soli coloro che vivono una fase particolarmente dolorosa della propria esistenza. L’alleanza terapeutica, infatti, può peccare di astrazione, oscurando le difficoltà e le fragilità del malato. Al tempo stesso, tuttavia, il medico deve essere aiutato a porre una particolare attenzione «alle esigenze del caring, affinché il rifiuto o la rinuncia del paziente a cure necessarie alla sua sopravvivenza rimanga un’ipotesi estrema»[5]. Si dovrà inoltre riflettere sul fatto che l’alleanza terapeutica deve coinvolgere anche i familiari del paziente. «La relazione che lega medico e paziente è inevitabilmente asimmetrica: la partecipazione dei familiari all’alleanza terapeutica potrebbe portare un contributo positivo»[6].
Le proposte di legge presentate attualmente alla Camera presentano molti tratti comuni. Ad avviso di chi scrive, la legge in materia di DAT dovrebbe esplicitare il rifiuto per il nostro ordinamento dell’accanimento terapeutico, dell’eutanasia, dell’assistenza e/o aiuto al suicidio e dell’abbandono terapeutico, oltre che ribadire l’importanza dell’accesso più facile alla terapia del dolore. Andrebbe rimesso solo al dichiarante l’eventuale rifiuto dell’alimentazione/idratazione artificiale. Si dovrebbe, quindi, espressamente escludere la possibilità di ricostruire la volontà del rifiuto del trattamento sanitario da strumenti che non siano la DAT. Il fiduciario, eventualmente nominato, non può essere considerato l’unico depositario della volontà del malato, ma anche i familiari devono essere consultati, soprattutto nei casi dubbi. Il vero casus belli rimane la totale vincolatività o meno delle dichiarazione per il sanitario. Da quanto su affermato deriva chiaramente che la legge in materia di DAT non può che prevedere la parziale vincolatività della stessa. Il medico curante, il fiduciario, i familiari dovrebbero infatti poter chiedere ad una Commissione etica di disattendere quanto previsto dalla DAT nel caso in cui sia possibile ricorrere ad un innovativo trattamento sanitario o nel caso in cui la dichiarazione non risulti sufficientemente chiara. Una legge che immagini la DAT come assolutamente vincolante risulterebbe non conforme al principio di precauzione e vanificherebbe il senso dell’alleanza terapeutica. In dubio semper pro vita.

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

NOTE
[1] F. D’Agostino, “Postilla al parere «Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico» del Comitato Nazionale di bioetica”, 2008.
[2] P. Stanzione – G. Salito, L’indisponibilità del bene della vita tra autodeterminazione e norma, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010.
[3] L. Nepi,“Recensione di «Doveri e diritti alla fine della vita» - Edizione Studium” in Iustitia, Anno LXIV n. 2/11.
[4] F. Mantovani,“Relazione al Convegno dell’Accademia nazionale di Lincei su «Testamento biologico e libertà di coscienza»” Roma, 12-13 aprile 2012.
[5] Comitato Nazionale di bioetica, Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico, 2008.
[6] D. Farace, “Le dichiarazioni anticipate di trattamento – Notazioni a margine del disegno di legge n. 2350”. Link: http://www.treccani.it/diritto/approfondimenti/diritto_civile/2_Farace_dichiarazioni_anticipate.html

lunedì 27 febbraio 2017

Esiste un diritto a uccidersi?

di Niccolò Bonetti

La coscienza cristiana sul tema del testamento biologico deve evitare due atteggiamenti erronei: una sacralizzazione esagerata della vita fisica che esprime un attaccamento peccaminoso alla vita terrena e una visione libertaria che invece ritiene la vita umana liberalmente disponibile dal soggetto in modo illimitato. Fra chi ritiene che bisogna continuare ad idratare e alimentare gli individui in stato vegetativo anche contro la volontà che espressero in vita e chi ritiene il suicidio un diritto assoluto della persona umana è possibile percorrere vie intermedie e più umane.
La vita umana è un dono indisponibile di Dio: non è l’uomo a darsi la vita e neppure dipende totalmente da lui conservarla ed è quindi difficile sostenere che egli possa rivendicare un diritto assoluto a togliersela.
Accettare la sofferenza, il dolore e la morte significa accettare la finitezza umana; ogni soluzione eutanasica rischia di configurarsi come fuga dall’umano.
Tuttavia non esiste neppure il diritto a mantenersi in vita ad ogni costo e ci si può chiedere se davvero certe sofferenze atroci siano veramente necessarie, quasi si debba sacrificare la persona alla continuazione della sua vita terrena. Bisogna adottare un modello teleologico, basato sulla misurazione, caso per caso, delle conseguenze positive o negative delle azioni e condurre una responsabile ponderazione dei valori in gioco, valutando il contesto, le circostanze e le conseguenze degli atti messe in atto nella data situazione.
In tale ottica, esaurita ogni altra possibilità, il suicidio assistito e l’eutanasia attiva possono configurarsi, in situazioni estreme e straordinarie, come possibilità moralmente lecite.
Come scrive Karl Rahner:
«Se uno veramente non riesce più a sopportare la propria vita, cioè se a motivo delle condizioni fisiologiche e psicologiche in cui si trova non è più in grado di disporre in modo realmente libero di se stesso, e in tale situazione egli stesso pone termine alla propria vita, costui va a finire nelle mani del Dio misericordioso. In ogni generazione della mia parentela mi è capitato di assistere a qualche conclusione apparentemente arbitraria della vita. Una volta ho dato sepoltura ecclesiastica a un parente prossimo che era morto così, e trovo che ciò è senz’altro conforme allo spirito della religione e della Chiesa».
Questo è il giudizio di moralisti cattolici come Lisa Sowle Cahill, Xavier Thévenot e Giannino Piana. Tale possibilità inevitabilmente solleva problemi estremamente complessi e può risultare un rimedio peggiore del male, specialmente in campo giuridico. Si pensi solamente agli abissi di mostruosità, barbarie e disumanità che si sono aperti dove l’eutanasia è stata legalizzata, come ad esempio nel caso olandese o belga. La legalizzazione dell’eutanasia si presenta nei fatti una pista molto pericolosa; mi pare decisamente più rispettoso della dignità umana e del precetto “non uccidere” percorrere strade alternative come quello delle cure palliative e della sedazione terminale, fermo restando la difficoltà di fondare una condanna morale assoluta di suicidio ed eutanasia.
La vera risposta alla domanda di eutanasia non è la condanna morale o il divieto penale ma costruire una società che accetti la sofferenza (senza masochismo o pietismo) come un aspetto ineliminabile della vita umana e, come tale, fecondo e ricco di significati spirituali, etici e religiosi e realizzi un’assistenza medica olistica che garantisca al malato terminale che la sua vita restante abbia uno standard di vita accettabile e decente.
Ogni persona umana ha un valore assoluto e nei momenti di fragilità e sofferenza va protetta dalla pressione di una società che ha venduto la sua anima ai demoni satanici del consumismo, dell’efficienza e del profitto. Come ci ricorda il Papa: «Ogni anziano, anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare»!

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

mercoledì 1 febbraio 2017

Editoriale - Nipoti di Maritain 02

Nipoti di Maritain sta crescendo. Cresce l’interesse nei confronti della rivista, cresce il numero di collaboratori. Ho colto qualche reazione, implicita ed esplicita; mi rallegra il fatto che sia stata apprezzata l’impostazione “ecumenica” che abbiamo voluto dare, coinvolgendo autori con idee differenti, da quelle più conservatrici a quelle più riformistiche, per mostrare la vivacità dello Spirito che soffia all’interno della Chiesa, in mezzo ai battezzati e anche al di fuori. Nipoti di Maritain sta crescendo. Cresce l’interesse nei confronti della rivista, cresce il numero di collaboratori. Ho colto qualche reazione, implicita ed esplicita; mi rallegra il fatto che sia stata apprezzata l’impostazione “ecumenica” che abbiamo voluto dare, coinvolgendo autori con idee differenti, da quelle più conservatrici a quelle più riformistiche, per mostrare la vivacità dello Spirito che soffia all’interno della Chiesa, in mezzo ai battezzati e anche al di fuori. Rispetto alla nostra pagina facebook – che comunque rappresenta uno spazio efficace per le reazioni alle notizie di immediata attualità – questa rivista viene percepita come una dimensione in cui il confronto può portare maggiori frutti. Questo non per una pretesa seriosità dei toni, che auspichiamo essere sempre brillanti, ma forse per il filtro fisiologico nei confronti delle “sparate” meno argomentate che non sempre permettono di accogliere fraternamente la posizione dell’altro. Non è nostra intenzione scoraggiare persona alcuna dallo scrivere articoli da pubblicare in questo spazio, tutt’altro; è piuttosto l’atteggiamento che ritroviamo in questa rivista, che sembra rivelarsi maggiormente costruttivo, a dover contagiare anche le reti sociali.
Se nel primo editoriale ho parlato di quel “pepe della terra” come una qualità peculiare di Nipoti di Maritain che va preservata anche all’interno di questa nuova pubblicazione, questa volta invece – anche per via di spiacevoli discussioni degenerate bruscamente – mi preme invitare ad utilizzare sui social il medesimo atteggiamento di accoglienza. Ciò non esclude anche una forte dose di provocazione, ironia e sarcasmo, egregiamente rappresentato dagli interventi che impreziosiscono la rivista. Recentemente ho dovuto scrivere due interventi per ricordare che il motto maritainiano che ci contraddistingue è “debitori a Voltaire per la tolleranza, debitori a Lutero per il non conformismo”. La tolleranza è innanzitutto nei confronti delle persone: come la offriamo a voi, la chiediamo anche a chi interviene su Nipoti di Maritain.
A fronte di alcune critiche ricevute secondo le quali Maritain e consorte non avrebbero sottoscritto alcuno degli articoli usciti sul primo numero della rivista – in particolare l’intervista, percepita come “ingombrante”, al teologo Andrea Grillo, cui abbiamo voluto dare voce non tanto per la condivisione della sua “linea”, quanto per gli spunti interessanti che offre su un tema di sua competenza – preciso che nessuno di noi è Maritain né pretende di identificarsi con esso, bensì cerchiamo di raccoglierne, neppure da “mariti” o da “figli”, ma da “nipoti”, la vocazione alla tolleranza e al non conformismo. Ci basterebbe solo questo; se anche lui avrebbe preferito una simile “eterodossia” anziché una pedissequa sequela delle virgole del suo pensiero, possiamo solo, ragionevolmente, ipotizzarlo. Mi sono trovato ad esplicitare in cosa consista la proposta di tolleranza e non conformismo al tempo stesso, due dimensioni non semplici da coniugare. Si è deciso di escludere gli insulti personali e le espressioni lesive della dignità umana di qualsiasi individuo o gruppo sociale; parimenti, il facile ricorso ad accuse di “eresia”, soprattutto per squalificare gli studi dei fratelli, è sembrato un grave ostacolo all’ideale di fraternità universale che, in quanto cristiani, abbiamo abbracciato. In tal senso, abbiamo fatto nostro l’appello ad accogliere tutte le posizioni teologiche ed ecclesiologiche più disparate, in quanto di stimolo alla ricerca della verità contenuta, in parte, anche in esse, o che può emergere affiancando contrastivamente due opinioni diverse.
L’insulto è altra cosa; distruttivo, sterile, non permette l’ascolto delle reciproche opinioni. I quesiti proposti sono sempre indirizzati a svegliare la nostra fede, a provarla; lo stesso San Tommaso d’Aquino si pose, nella sua Summa, le domande più disparate (alcuni esempi: se Dio esista, se il male sia un'entità positiva, se un angelo parli con l’altro …) analizzando tutte le tesi favorevoli e contrarie. Come lui, coerentemente col Magistero della Chiesa, pensiamo che solo dal dubbio possa scaturire una solida fede che non sia una ingenua credenza favolistica, cosa ben diversa dalla profonda “fede dei semplici” e dalla “povertà in spirito”, che rappresentano la nostra libertà da ogni forma di sicurezza, orgoglio e possesso, compreso quello di convinzioni catechistiche. Pertanto anche il sindacare la legittimità dei quesiti proposti manifesta un atteggiamento esplicitamente distruttivo che impedisce alla Verità di illuminare, aprendo ferite dolorose ma indispensabili, tutte quelle superficiali credenze assunte acriticamente. Oggi più che mai è diventata un’esigenza passare per il dubbio più radicale, per l’ateismo, per la Croce e l’abbandono di ogni appiglio, finanche del legno della Croce.
Ad ogni modo, i riscontri incoraggianti ricevuti da laici e consacrati, che hanno evidenziato il nostro stile «dialogico nell’accogliere posizioni di vario tipo, e al contempo chiaro nel dichiarare precise prese di posizione», ci spingono a procedere in tale direzione. La quale, in fondo, è quella dell’ascolto, che contribuisce ad una migliore edificazione della nostra coscienza. Rispetto al primo numero, gli articoli “lievitano” da 18 a 24. Merito forse dei quesiti, che hanno pro-vocato, ossia hanno “chiamato fuori” le risposte di molti. Si parla di testamento biologico da prospettive etiche, giuridiche e mediche, sottolineando in più occasioni il rapporto di fiducia e ascolto tra l’operatore sanitario e la persona sofferente, che innanzitutto deve essere accompagnata e aiutata nel discernimento delle imprevedibili e dolorose vicende della vita. Nessuna “intelligenza artificiale” – nemmeno quelle citate da Matteo Zerbino nella nuova rubrica “Impressiones” – potrà mai sostituirsi all’intelletto, all’emotività e alla presenza umana.
Si parla di dialogo con le persone di fede islamica, con tutti gli ostacoli che effettivamente ci sono e si frappongono a tale vera fraternità. Abbiamo la grazia di poter ospitare un intervento dei giovani musulmani del Co.Re.Is., ma anche esperienze personali, con gesti concreti che educano al dialogo e riflessioni più generiche sul cosiddetto Occidente che guarda – con una diffidenza che cela sicuramente anche invidia – alla dimensione sacrale che nell’Islam si è preservata in misura maggiore rispetto al cristianesimo. Camminiamo, senza credere alle mortifere ideologie che invocano lo “scontro di civiltà” o a quelle che sbandierano un facile “buonismo” superficiale, che ignora l’importanza del carico valoriale che in parte ci accomuna e in parte ci distingue, e si rende incapace di accogliere l’altro come egli è; un aiuto è rappresentato dalla rubrica di Stefano Gherardi che affronta la questione dalla prospettiva di due “allievi” di Maritain, che hanno cercato nell’incontro culturale, mistico e personale un mezzo per avvicinarsi agli uomini del Corano. C’è invece chi, costruendo la pace con popolazioni anche di fede islamica, per via politica, ha abbracciato l’intero Mediterraneo, rendendo l’Italia, nell’immaginario islamico, una nazione non ostile; nello specifico, pensiamo ad Aldo Moro, del quale si parla nella recensione di Lucandrea Massaro al libro di Gennaro Salzano. Altrettanto prezioso è il contributo di Davide Penna, che illustra la dinamica trinitaria che ravviva la radicale apertura della fede ed evita l’incancrenirsi nell’ideologia, che è sempre dietro l’angolo.
Infine, il terzo tema di questo numero è il diaconato, anche – ma non solo – femminile, sebbene gli animi si siano infervorati su quest’ultimo, divenuto di grande attualità con la recente istituzione della Commissione di Studio sul Diaconato delle donne, avvenuta proprio mentre stavamo raccogliendo gli articoli. Abbiamo voluto indagare il ruolo di alcuni ministeri ordinati femminili, nel passato ma anche nella contemporaneità, proponendovi l’intervista alla diaconessa Wiebke Johannsen della Chiesa evangelica, con la quale ci apprestiamo a celebrare il 500° anniversario della Riforma. Si intuirà che il ruolo del “diacono” nella loro comunità è più vicino ad una sorta di “animatore” consacrato, che segue soprattutto le attività dei gruppi giovanili.
La rubrica di Stefano Sodaro ci rimanda alla insopprimibile tensione del cristiano, che sarà sempre eccedente anche rispetto alla più “progressista” delle istituzioni sociali. Qui entra in gioco la coscienza, a noi tanto cara, esaminata all’interno della rubrica “A ben vedere” questa volta affidata a Christian Alberto Polli, il quale ne illustra l’importanza per il pensiero del beato cardinale John H. Newman. In essa è racchiuso un po’ tutto il proposito di “abbronzare” la nostra coscienza alla luce radiosa del Risorto, nell’incontro con il fratello. Buona lettura.

Piotr Zygulski, Nipoti di Maritain 02, pp. 6-9

lunedì 12 dicembre 2016

Call for papers - Nipoti di Maritain n. 03

Cari Amici, stiamo raccogliendo articoli per il terzo numero della rivista di Nipoti di Maritain, che recentemente ha ricevuto il codice ISSN 2531-7040.


Vi presentiamo i quesiti su cui si articolerà il dibattito.

Ambito etico/morale:
« Che cosa significa essere padri e madri nell’epoca del trionfo della tecnologia procreativa e dell’inverno demografico? »

Ambito politico/sociale:
« Come ti immagini l’Unione Europea nel 2050? »

Ambito pastorale/ecclesiale:
« A 500 anni dall’affissione delle tesi di Martin Lutero, quali idee e intuizioni della Riforma Protestante sono vive e vitali? »

Accettiamo interventi di risposta di 600 parole circa da farci pervenire all’indirizzo inipotidimaritain6@gmail.com entro il 15 dicembre 2016.
La scadenza è stata prorogata al 31 dicembre 2016.

lunedì 28 novembre 2016

Referendum costituzionale - Referendum e leggi popolari: più spazi, troppe incognite

di Gabriele Maestri

«Oltre il Senato c’è di più». Verrebbe da introdurre così la riforma della Costituzione su cui saremo chiamati a votare in autunno. Si è parlato molto (e in parte a sproposito, semplificando troppo e male da una parte e dall’altra) delle trasformazioni che subirebbe la seconda Camera, ma ci si è soffermati meno su altri contenuti, non meno importanti rispetto alla struttura e alla formazione del secondo ramo del Parlamento.
Se di spazi di partecipazione popolare si deve ragionare, è giusto farlo ad ampio spettro. A tutt’oggi, i cittadini possono partecipare alla vita politica in più modi: indirettamente, votando i loro rappresentanti al Parlamento; in maniera diretta, soprattutto presentando in forma collettiva proposte di legge (per proporre alle Camere temi su cui legiferare) o richieste di referendum (per eliminare dall’ordinamento norme non gradite). Questi ultimi due strumenti, col tempo, hanno mostrato alcuni limiti: le proposte di legge popolari si impantanavano puntualmente nelle secche parlamentari, mentre la disaffezione dei cittadini verso lo strumento referendario (forse anche per un suo abuso) ha impedito spesso di raggiungere il quorum per la sua validità e, a volte, non si è neanche arrivati a raccogliere le firme necessarie.
La riforma costituzionale interviene su entrambi i punti. Sul piano dell’iniziativa legislativa popolare, a fronte di un innalzamento sensibile del numero di firme necessarie (da 50mila a 150mila), il nuovo testo dell’art. 71 prescriverebbe che la discussione e la deliberazione conclusiva su quelle proposte di legge «siano garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari».
L’asticella in effetti si alza, anche se superarla non è proibitivo (gli elettori, in settant’anni, sono quasi raddoppiati e oggi è più facile firmare e far autenticare le firme); in compenso, si dovrebbero avere tempi certi perché nelle aule parlamentari si discuta davvero delle istanze che un numero consistente di cittadini ha tradotto in proposta di legge. In teoria sarebbe un passo avanti, rispetto alla poca considerazione di cui hanno goduto i testi di iniziativa popolare. Resta personalmente un po’ di rammarico: sarebbe stato opportuno dare più regole già nel testo costituzionale, invece che delegare la disciplina di tempi, forme e limiti della discussione ai regolamenti parlamentari, cioè alle stesse Camere che finora non hanno tenuto conto delle istanze popolari. Troppa sfiducia da parte mia o troppa fiducia in sé del Parlamento?
Se il tema delle proposte di legge è stato poco “gettonato” nel dibattito pubblico, si è parlato di più delle innovazioni della riforma in tema di referendum. Queste riguardano innanzitutto il referendum abrogativo, che diventerebbe «a geometria variabile» (come dice il professor Pasquale Costanzo) in caso di entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 75. Accanto all’attuale ipotesi “normale” (raccolta di 500mila firme e necessità di superare il quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto), si creerebbe un secondo percorso “rinforzato”, qualora i promotori raccogliessero almeno 800mila firme: per la validità di quella consultazione, basterebbe raggiungere la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera.
Tornando all’esempio dell’asticella, il nuovo testo costituzionale farebbe decidere ai cittadini – specie ai promotori – il livello di difficoltà: potrebbero mettere l’impegno consueto nella raccolta firme, sperando che poi voti almeno un elettore su due, o impegnarsi di più sulle sottoscrizioni, abbassando l’asticella all’atto di rivolgersi al corpo elettorale. Si è parlato di “controriforma” del referendum, che non rimuove il quorum e aumenta le firme, ma non condivido: si è aggiunta una nuova strada, che chiede sì più firme (ma 800mila sono l’1,70% dei 46,9 milioni di elettori del 2013; 500mila sottoscrizioni, nel 1948, erano l’1,72% dei 29 milioni di elettori di allora), ma rende più difficile avere consultazioni invalide (prendendo i dati del 2013, invece che 23,5 milioni di votanti, ne basterebbero 17,6). Un minimo di partecipazione appare comunque necessario, per evitare che spariscano dall’ordinamento norme sgradite a sparute minoranze.
Restando sul tema dei referendum, se nulla cambia per le consultazioni territoriali e per il referendum confermativo di revisione costituzionale, la riforma integra così l’art. 71: «Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione».
Si tratta di qualcosa che nella Costituzione non c’è mai stato e che è stato chiesto da più parti (dai cittadini come dagli studiosi): nuove occasioni di partecipazione, non solo degli elettori ma di tutti i cittadini, come singoli e membri di «formazioni sociali» (questa parte, però, è tutta da precisare meglio in futuro). Quanto alle nuove forme di referendum, potrebbe aprirsi una stagione di consultazioni propositive (per suggerire temi di cui Parlamento e Governo dovrebbero occuparsi, senza sovrapporsi allo strumento dell’iniziativa legislativa popolare) e d’indirizzo (per permettere a chi è al potere di verificare, all’interno del corpo elettorale, il consenso su posizioni e progetti specifici). A occhio, peraltro, questi strumenti avrebbero un valore solo consultivo (e non immediatamente produttivo di norme): non sarebbero comunque disponibili prima di un doppio intervento del Parlamento, prima con una legge costituzionale che definisca meglio questi istituti, poi con una legge ordinaria bicamerale, che attui nel dettaglio le regole ancora da stabilire.
Si è dunque tentati di dire che, in questa lettura della partecipazione popolare, chi ha voluto la riforma ha proposto un passo adelante, pero con mucho juicio, lasciando decidere al Parlamento che verrà: a volte non c’era altra scelta, a volte si sarebbe potuto fare di più. C’è, infine, la grande incognita sulla formazione del Senato: non sarebbe eletto direttamente, ma si è introdotto il principio per cui i consigli regionali e di province autonome dovrebbero eleggere i senatori «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». Ci sarebbe dunque spazio per far contare, in qualche modo, anche l’espressione degli elettori; toccherà però sempre a una legge ordinaria (bicamerale) stabilire le modalità di elezione dei senatori. Anche qui, dunque, il giudizio dev’essere necessariamente sospeso.
(Nipoti di Maritain 01/2016, pp. 26-28)

Referendum costituzionale - Cittadini più partecipi, se vorranno

 di Raffaele Dobellini

Il 4 dicembre 2016 gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso nei confronti della Riforma costituzionale, cosiddetta “Renzi-Boschi” o “Boschi-Napolitano”. Già dalla scelta di come appellare questa Riforma si possono comprendere le posizioni in campo. Chi la chiama Renzi-Boschi vuole porre attenzione sul significato che l’approvazione della stessa avrà per le sorti del Governo in carica. Chi la denomina Napolitano-Boschi pone, invece, l’accento sul fatto che la legge costituzionale aveva avuto inizialmente l’avallo della maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento, anche grazie all’esplicito sostegno del Presidente emerito, Giorgio Napolitano, che aveva accettato la propria rielezione per contribuire, tra l’altro, alle riforme istituzionali. Al di là, però, dei risvolti politici che avrà l’esito referendario è opportuno soffermarsi su quali effetti questa Riforma avrà nel concreto e, nello specifico, su come condizionerà la partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Come ho premesso, l’attuale Riforma assume ben precise coloriture politiche, che vanno ben oltre quelle che naturalmente assume un cambiamento della Costituzione. Ritengo, pertanto, opportuno esplicitare fin da subito i miei convincimenti in materia politico-istituzionale, così da permettere al lettore, soprattutto a quello non avvezzo alle materie giuridiche, di orientarsi al meglio. Sono un parlamentarista convinto, favorevole ad un limitato rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio, che evito, infatti, di chiamare “Premier” per ribadire il suo ruolo di primus inter pares. Il Consiglio dei Ministri, infatti, dovrebbe essere non solo luogo di decisioni esecutive, ma anche di un ampio ed approfondito confronto sulle sorti del Paese. La svolta maggioritaria dei primi anni Novanta, l’elezione diretta degli organi monocratici di governo locale, il ricorso alle primarie per la scelta del Segretario nazionale del Partito Democratico hanno, col tempo, mutato la natura del Presidente del Consiglio, che è andato accentuando il suo ruolo direttivo, a scapito di quello di coordinamento. Sono dell’opinione che ibridare i sistemi istituzionali non sempre sia corretto. Se, quindi, si vuole un rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio, tanto da trasformarlo in un Primo ministro o in un Cancelliere, questo va fatto in modo esplicito e con una certa coerenza giuridico-legislativa. Schematizzando posso affermare: un sistema di coerente rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio era già in linea con il precedente dettato costituzionale, sarebbe bastate poche modifiche per semplificare il processo legislativo e rafforzare il ruolo di indirizzo del Presidente del Consiglio. È evidente, però, che la Riforma non ha avuto solo quest’intento. Se è vero che Renzi si è mosso secondo il modello del “Sindaco d’Italia” – il combinato disposto Riforma Costituzionale-Italicum è chiaro in questo senso – è altrettanto vero che il sistema dei comuni non è immediatamente riproducibile a livello nazionale. I comuni non legiferano e, soprattutto, l’attività legislativa non può ridursi ad un semplice confronto tra maggioranza e opposizione. Il venir meno dei partiti “ideologici” impedisce di collocare tutti i temi, soprattutto quelli eticamente sensibili, in un confronto tra opposte parti politiche. Al rafforzamento del ruolo dell’Esecutivo e al superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto (o paritario) si affiancano altri due intenti: assecondare un elettorato che è sempre più diffidente nei confronti della classe politica e riportare lo Stato al centro dell’azione politico-legislativa. Il primo intento è perseguito attraverso la riduzione drastica del numero dei senatori, l’eliminazione del CNEL, l’esclusione di una indennità di incarico per i nuovi senatori, l’abolizione della figura del senatore a vita di nomina presidenziale (i nuovi senatori di nomina presidenziale dureranno in carica sette anni). Se l’eliminazione del CNEL non costituisce un problema di sorta e, comunque, non costituisce una svolta epocale, diversa è la scelta che riguarda il Senato. Qui bisogna fare alcune precisazioni: in molti Paesi si è fatta la scelta del monocameralismo; in nessuno Stato occidentale esiste un bicameralismo perfetto; dove esiste una seconda Camera, questa è spesso oggetto di critiche; il ruolo della seconda Camera assume un ruolo rilevante nei sistemi federali – es. USA o Germania – dove serve a rappresentare le esigenze delle realtà regionali/statuali che compongono la Federazione. Il progetto originario della Riforma aveva una sua coerenza: guardava al modello tedesco e, pertanto, prevedeva l’elezione di tutti i senatori ad opera dei Consigli regionali e ne prevedeva la caducazione alla cessazione dell’incarico di primo livello (sindaco o consigliere regionale) o al termine della legislatura del consiglio regionale eleggente. Sostanzialmente i senatori erano immaginati come delegati delle Regioni a rappresentare gli interessi della comunità regionale. L’assenza di un diretto mandato popolare giustificava: l’eliminazione dell’indennità; l’eliminazione dell’immunità parlamentare; il ridotto potere legislativo. Il sistema mancava, però, di uno strumento fondamentale: la possibilità per l’ente delegante di revocare l’incarico al senatore, qualora questi avesse votato in modo difforme agli orientamenti della Regione sulle questioni strettamente legislative. Almeno si sarebbe dovuto prevedere che i senatori avrebbero potuto esprimere solo un voto percentualizzato o unitario. Se, infatti, il Senato è immaginato come Camera delle Regioni, quello che viene in rilievo è l’ente; quindi nella stragrande maggioranza dei casi i voti si sarebbero dovuti esprimere non in modo individuale, ma unitario. Cioè ad ogni Regione sarebbe spettato un solo voto e per esprime questo i senatori di ogni singola Regione si sarebbero dovuti accordare o avrebbero espresso un voto pari solo ad un percentuale del voto della Regione.
Nonostante alcuni limiti (anche seri) che presenta la Riforma costituzionale ritengo che la stessa abbia un indubbio vantaggio: aumenta le occasioni di partecipazione democratica. Questa Riforma, pur non incidendo sulla prima parte della Costituzione – e, quindi, sui principi che reggono il nostro sistema repubblicano – va ad incidere sul procedimento legislativo e sull’equilibrio tra alcuni poteri dello Stato. Soffermarsi sulle convinzioni politiche e filosofiche alla base di questa Riforma sarebbe troppo complesso. È bene, quindi, soffermarsi solo sugli effettivi cambiamenti prodotti, indipendentemente dalle conseguenze politiche che agli stessi si vuole attribuire. È noto, infatti, che al di là del dato normativo ciò che assume rilievo è anche il modo in cui la dottrina, la giurisprudenza, soprattutto costituzionale, e la politica comunemente interpretano la Costituzione. La Riforma del Titolo V avvenuta nel 2001 è stata, ad esempio, oggetto di numerosi interventi della Corte Costituzionale, che è intervenuta a delimitare e ridefinire il riparato di competenze legislative tra Stato e Regioni, depotenziando di fatto il portato della riforma c.d. federalista. Nella Riforma costituzionale Renzi-Boschi-Napolitano assumerà rilievo il modo concreto in cui verranno utilizzati gli istituti di partecipazione popolare e come i senatori intenderanno il proprio ruolo. Come precisato, infatti, non è previsto l’istituto della revoca dei sentori e agli stessi è riconosciuta l’immunità. È discutibile, comunque, fin dove si possa spingere la loro azione politica, quanto cioè possano giovarsi dell’assenza di un vincolo di mandato, pur rappresentando la propria Regione. Del resto, a seguito delle obiezioni della minoranza interna al PD, la norma costituzionale prevede che – relativamente ai consiglieri regionali da eleggere come senatori – il Consiglio regionale eleggente dovrà tener conto delle “indicazioni” dell’elettorato. Come questo avverrà e come questo si tradurrà in una elezione effettiva ad opera del corpo elettorale non è dato saperlo. Sicuramente non dovrebbe avvenire per i sindaci che saranno eletti senatori. Le principali novità in termini di partecipazione popolare, però, sono altre e sono spesso passate sotto silenzio, pur determinando importanti cambiamenti. Del resto, sono le riforme che meno hanno subito le obiezioni dei costituzionalisti, godendo di un sostegno quasi unanime. Il maggiore coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale passa attraverso: la previsione di referendum propositivi o d’indirizzo; l’abbassamento del quorum alla metà dei votanti alle ultime politiche, nel caso in cui il referendum sia stato chiesto da almeno 800.000 elettori; l’aver fissato tempi certi per la calendarizzazione delle leggi d’iniziativa popolare. Decisive risulteranno le leggi attuative del dettato costituzionale. Il superamento del bicameralismo paritario e la sottrazione alla scelta dell’elettorato di una parte dei senatori è ampiamente compensata dall’introduzione di queste forme di partecipazione diretta. Su questo versante, quindi, difficilmente la Riforma può essere oggetto di critiche decisive.
(Nipoti di Maritain 01/2016, pp. 22-25)

martedì 25 ottobre 2016

Nipoti di Maritain 02/2016

È uscito il secondo numero di Nipoti di Maritain, che può essere letto gratuitamente e scaricato dal portale issuu.com

Nipoti di Maritain continua a crescere in numero di articoli, di autori e di qualità del dibattito. Questa volta si parla di testamento biologico, dialogo con i musulmani e ruolo del diaconato per la Chiesa di oggi. Con un’intervista esclusiva alla diaconessa evangelica Wiebke Johannsen o e tante interessanti rubriche.

Scoprilo qui al link https://issuu.com/nipotidimaritain/docs/nipoti_02  

lunedì 18 luglio 2016

Call for papers - Nipoti di Maritain n. 02

Cari Amici, stiamo raccogliendo articoli per il secondo numero della rivista di Nipoti di Maritain.

Vi presentiamo i quesiti su cui si articolerà il dibattito:

Ambito etico/morale:
« Un cristiano, nel proprio testamento biologico, che cosa può e/o non può scrivere? »

Ambito politico/sociale:
« Quale tipo di fraternità e dialogo è possibile tra cristiani e musulmaniHai esperienze da raccontarci? »

Ambito pastorale/ecclesiale:
« In che modo il diaconato, anche femminile, potrebbe servire meglio alle necessità odierne della Chiesa? »

Accettiamo interventi di risposta di 600 parole circa da farci pervenire all’indirizzo inipotidimaritain6@gmail.com entro il 15 settembre 2016