mercoledì 29 marzo 2017

Il direttore di Nipoti di Maritain intervistato dal Letimbro

Sul numero di dicembre 2016 del mensile "Il Letimbro" della diocesi di Savona-Noli, fondato nel 1892, è stata pubblicata l'intervista a Piotr Zygulski, direttore di Nipoti di Maritain. 


Nipoti di Maritain è uno spazio digitale "per far emergere la voce del laicato post-conciliare, maggioranza delle parrocchie, silente sul web", afferma Zygulski. 
"Nelle parrocchie a volte manca la volontà di approfondire in una prospettiva cristiana le questioni teologiche, politiche e sociali. E mancano gli strumenti. La rivista non è la risposta, ma una possibilità per queste esigenze, evitando che ci si chiuda nei riti fintamente 'di sempre' o ci si dissolva nella moda del momento".

Infatti, "il Signore ci ha chiesto di rendere ragione della nostra fede e ci ha dato lo spazio per accrescerla nel dubbio. Ed è tempo di servizio per la comunità". Nell'immagine, l'intervista completa.

mercoledì 22 marzo 2017

Editoriale - Nipoti di Maritain 03

Siamo giunti al terzo numero della nostra rivista e al primo del 2017: anche quest’anno saremo impegnati nella nostra missione di discernimento critico della nostra epoca alla luce del Vangelo e della razionalità umana, in spirito di fedeltà creativa alla Tradizione della Chiesa e in ascolto dei segni dei tempi. Rendiamo grazie a Dio che ci ha dato la forza e la perseveranza di continuare in questo servizio, nonostante gli impegni e la difficoltà di far uscire la rivista; speriamo di poter continuare ad offrire per molti altri numeri questa pubblicazione come luogo di riflessione filosofica, politica, teologica, sociale e culturale. 
La missione è quella di raccogliere i contributi di tutte le donne e gli uomini che si interrogano con spirito cristiano sugli angosciosi dilemmi della nostra epoca e tentano qualche modesta risposta: in questo numero, in particolare, abbiamo ascoltato alcune voci su tre scottanti temi quali il senso della genitorialità oggi, il futuro del progetto europeo e la commemorazione della Riforma protestante. I punti sono di stringente attualità ed è stato inevitabile che gli interventi fossero molto variegati, plurali e in alcuni casi anche molto lontani dalla sensibilità della redazione e di chi vi sta scrivendo. La caratteristica della nostra rivista è infatti la piena accettazione del pluralismo nella Chiesa e nella società: in una realtà ecclesiale e sociale, cosi lacerata da contrasti, Nipoti di Maritain si propone come porto franco in cui le posizioni più liberal e quelle più tradizionaliste possano incontrarsi, dialogare e arricchirsi a vicenda. Nessun sistema filosofico o teologico può pretendere infatti di cogliere compiutamente e definitivamente la realtà e non c’è errore così assurdo e irrazionale che non possegga qualche traccia di verità. Solo con il contributo di tutti, potremo lottare per una chiesa più giusta, più inclusiva, più eguale, più povera e più santa; solo con l’appoggio di tutte le esperienze potremo avanzare sulla via di una società di persone libere, uguali e unite da un sentimento di fraternità e solidarietà reciproca. Siamo quindi onorati (ed è per noi un piacere) di pubblicare gli articoli di chi accetta questo pluralismo e il metodo di ricerca condivisa della verità che abbiamo fatto nostro.
Passiamo adesso a delineare le tematiche che abbiamo accennato in precedenza e che costituiscono il cuore della rivista, per quanto le rubriche spesso siano altrettanto interessanti. Sul primo tema, ovvero: «Che cosa significa essere padri e madri nell’epoca del trionfo della tecnologia procreativa e dell’inverno demografico?» ci sono pervenuti quattro contributi che affrontano il problema da prospettive e angolazioni diverse e complementari. Il tema è delicato e affronta problemi che toccano in profondità sensibilità personali; mai come oggi, la genitorialità è un tema oggetto di violenti dibattiti ideologici. Il primo articolo di Davide Penna riflette sui vari modelli di paternità che emergono dalle Scritture e sull’assenza della figura paterna nel nostro tempo mentre il secondo del dottor Giuseppe Viola, di taglio più psicologico, è possibilista su forme di famiglia non tradizionale pur mettendo in guardia dal pericolo del narcisismo. L’intervento di Sara Mormile riflette invece sulla dimensione sempre più virtuale e disincarnata delle relazioni mentre il mio articolo tenta di delineare alcuni spunti per un’etica della procreazione non terrorizzata dalla tecnica.
Solo tre risposte sono arrivate al quesito sul futuro dell’Unione Europea. È un peccato visto la centralità del tema nel dibattito pubblico. Il primo articolo, di Christian Polli, sogna un’Europa unita dall’umanesimo di Erasmo; il secondo, di Daniele Laganà, è espressione di un sincero europeismo, sia pure mosso da un deciso conservatorismo cattolico; l’ultimo, di Giulio Saputo, rilancia il progetto di una federazione europea. Gli articoli sembrano in alcuni casi mancare di concretezza e di proposte tecniche, per quanto siano condivisibili le analisi critiche del progetto di integrazione europeo. Ad ogni modo, l’unità europea sarà un tema su cui avremo forse modo di tornare, in qualche forma, prima o poi anche in considerazione del fatto che il progetto di una federazione europea era un’ideale molto caro a Maritain.
Decisamente più ricca è la sezione dedicata all’attualità della Riforma; va detto che ahimè due articoli sembrano ignorare quasi completamente i grandi risultati del dialogo fra cattolici e protestanti degli ultimi cinquant’anni, segno della testarda resistenza di alcuni ambienti cattolici tradizionalisti alla sempre più forte comunione e unità in Cristo fra protestanti e cattolici. Molto interessante invece è la riflessione di Giuseppe Saggese che sottolinea la centralità di temi come il Diavolo e l’Anticristo nella spiritualità di Lutero e che evidenza la profonda religiosità orante del Riformatore. L’articolo di Andrea Bosio si sofferma sul tema ecclesiologico della Ecclesia semper reformanda, mentre Samuele Del Carlo rilegge le grandi affermazioni della Riforma nella sua prospettiva valdese.
Sono inoltre degne di considerazione anche l’intervista a Monsignor Buzzi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana – a cura di Christian Polli – sul tema ecumenico, le riflessioni del nostro direttore Zygulski sul rapporto tra Maritain e Lutero e l’articolo di Emanuele Pili che offre una lettura cristocentrica dell’Extra ecclesiam nulla salus, seguendo la lezione di Tommaso D’Aquino. La tensione ecumenica della nostra rivista non sarà episodica, bensì una costante di tutti i prossimi numeri: l’impegno ecclesiale non è infatti un sezione particolare e occasionale della vita cristiana ma un metodo che abbraccia e attraversa ogni disciplina teologica, ogni forma di devozione e spiritualità.
A tal fine, ci impegniamo – nei limiti delle nostre possibilità – ad inserire come minimo un articolo scritto da un cristiano non cattolico in ogni uscita di Nipoti di Maritain: è importante che l’ecumenismo passi da passatempo di poche cerchie di intellettuali ad un impegno corale e costante di tutti i cristiani, sia come singoli, sia come chiese. Solo conoscendoci meglio, solo pregando assieme, solo testimoniando insieme al mondo la forza liberante della grazia, quella Amazing Grace che ha cambiato la vita di milioni di persone, al di là delle nostre dispute dottrinali (ormai limitate a questioni circoscritte della teologia dei sacramenti e dell’ecclesiologia) potremo progredire insieme e irresistibilmente, non per i nostri meriti ma in forza di un dono divino, verso una comunione e un’unità di menti, di cuori, di spiriti sempre più forte e irreversibile. 

Niccolò Bonetti, Nipoti di Maritain 03, pp. 6-8



mercoledì 15 marzo 2017

Nipoti di Maritain n. 03

È uscito il terzo numero di Nipoti di Maritain, che può essere letto gratuitamente e scaricato dal portale issuu.

L’editoriale questa volta è stato scritto da Niccolò Bonetti, fondatore dell’intero progetto di Nipoti di Maritain, che ha sottolineato la caratteristica della nostra pubblicazione – la piena accettazione del pluralismo nella Chiesa e nella società – che si propone come porto franco in cui le posizioni più variegate possano incontrarsi, dialogare e arricchirsi a vicenda: non c’è errore così assurdo e irrazionale che non possegga qualche traccia di verità. Il dibattito verte sulla genitorialità, sul futuro dell’Europa e sulla Riforma protestante; tra le rubriche si segnalano l’intervista a mons. Franco Buzzi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano.


Scoprilo qui al link https://issuu.com/nipotidimaritain/docs/nipoti_03  

lunedì 6 marzo 2017

Call for papers - Nipoti di Maritain n. 04

Cari Amici, stiamo raccogliendo articoli per il quarto numero della rivista di Nipoti di Maritain, codice ISSN 2531-7040.


Vi presentiamo i quesiti su cui si articolerà il dibattito.

Ambito etico/morale:
« Quali sono le acquisizioni che gli studi di neuroscienze possono offrire alla teologia? Come possono cambiare il modo di intendere la fede, la libertà e l'anima umana? »

Ambito politico/sociale:
« Papa Francesco dice che “populismo” è una parola maltrattata e ne ha rivendicato l’importanza “mitica” nel processo di appartenenza al popolo verso un progetto comune. Come cogliere la sfida del populismo oggi? »

Ambito pastorale/ecclesiale:
« Che senso ha definirsi, sentirsi, essere “cattolici”? »

Accettiamo interventi di risposta di 600 parole circa da farci pervenire all’indirizzo inipotidimaritain6@gmail.com entro il 15 maggio 2017.

martedì 28 febbraio 2017

In ascolto del malato


di Lorenzo Banducci
Mi è impossibile – data la mia esperienza, sia personale sia collegata alla professione – parlare di un tema delicato quale quello del testamento biologico senza accennare al ruolo che il medico o, in generale, l’operatore sanitario deve avere nello stare vicino a chi soffre. Stare accanto al malato significa essenzialmente mettersi in ascolto della condizione di estrema sofferenza che sta vivendo la persona vicino a noi, accompagnandola un passo alla volta nel cammino terapeutico di qualsiasi natura esso sia (di cura, palliativo ecc.). È su questo aspetto che si gioca un duplice tema che mi è più caro sottolineare in queste righe più che quello del presunto “diritto di morire”.
Da una parte occorre, perché si realizzi sempre più questo legame fra colui che cura e colui che soffre, che le strutture sanitarie, di qualsiasi livello esse siano, abbiano la capacità di porre al centro la persona nella sua integrità trovando il coraggio di andare oltre due grandi tentazioni che assillano la medicina contemporanea. La prima è quella legata a una visione soltanto economicistica della salute incentrata su politiche esclusivamente attente al bilancio e al risparmio fatto, troppe volte, sulle spalle del malato e a vantaggio di pochi furbi pronti sempre ad approfittarsene. Con questo, però, non voglio giustificare una sanità di spese pazze e fuori controllo, ma che, garantita un’attenzione reale alle modalità con cui siano spesi i denari pubblici, fornisca a tutti, e specie ai più deboli, quei diritti all’assistenza, alla cura e all’accompagnamento necessari affinché il malato sia messo al centro del sistema. La seconda è invece legata a una visione eccessivamente frammentaria della persona umana. La medicina, in questa fuga verso l’iper-specializzazione, in alcune sue branche sta rischiando di perdere il contatto con l’integralità dell’uomo. È solo entrando al cuore della persona nella sua totalità e nella sua complessità che ci potremo porre accanto a lei e accompagnarla correttamente nel cammino terapeutico. Appare chiaro però come questo obiettivo sia tutt’altro che semplice. Richiede pazienza e ascolto, ma anche la capacità, da parte del malato, di sapersi in qualche modo aprire. L’operatore sanitario ha però sempre l’obbligo di provarci ponendosi nel corretto atteggiamento verso colui che soffre.
Dall’altra parte non esistendo, come affermato in precedenza, un reale diritto di morire è importante riconoscere alla persona– come affermato anche dalla nostra Costituzione – una sfera di autonomia nel modo di affrontare la morte in maniera naturale e non come una lotta fino alla fine. Sul tema mi sento di citare il filosofo Vittorio Possenti che nel 2008 così scriveva: «Se la morte è il massimo limite umano che va riconosciuto, l’interruzione del trattamento non vale come rifiuto della vita ma come accettazione del limite naturale ad essa inerente. Non si rinuncia alla vita, non si rifiuta la vita, ma si accetta di non potere impedire la morte o di non doverla ulteriormente procrastinare». Logicamente, e qui emerge il secondo tema per me importante, si rende necessario ribadire quanto sia terribile e assolutamente da evitare l’abbandono terapeutico del malato con tutte le sue tristi ricadute. Più negativo dell’abbandono terapeutico è però l’abbandono dell’accompagnamento, ossia la presenza di troppe macchine e di poche persone nell’itinerario di cura del paziente che può finire col sentirsi lasciato solo. L’abbandono terapeutico e l’abbandono dell’accompagnamento da una parte e l’accanimento terapeutico ingiustificato dall’altra sono, seppur opposti, i due grandi rischi ai quali una corretta legislazione sul testamento biologico può provare a porre rimedio, purché si tenga conto che alla base di tutto sta essenzialmente una corretta relazione fra il malato e chi lo cura.
Concludendo non posso non sottolineare da cristiano come l’atteggiamento di fondo da tenere, anche quando parliamo di testamento biologico, sia quello dell’amore. Agostino dice: «Io non so come accada che quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri» (Epist. 99,2). La malattia e la sofferenza trovano un senso nell’amore e diventano sicuramente più sopportabili. Ecco perché diventa fondamentale, prima di ogni discussione, lo stare vicino a chi soffre, ascoltarne la sofferenza e accompagnarlo nelle scelte. Proprio perché sono medico, quello del “testamento biologico” è forse l’unico fra i temi di bioetica in cui ho difficoltà ad avere una posizione netta; non saprei cosa scrivere nel mio testamento biologico, se non di non essere lasciato solo.
Tutto questo, come ho provato a dire nelle righe precedenti, si realizza attraverso 3 livelli. Quello della politica con scelte lungimiranti e orientate al bene comune per porre la persona al centro, quello della medicina che deve considerare la persona nella sua integrità e infine quello di ciascun operatore sanitario che attraverso il proprio ruolo deve mettersi al servizio di chi soffre. Se questi tre livelli saranno così strutturati allora il paziente potrà davvero essere ben accompagnato nel suo percorso e in qualsiasi scelta decida di condurre nel suo itinerario terapeutico.

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

Lo sguardo del medico sulla vita


di Giuseppe Viola

In quanto medico neuropsichiatra vorrei offrire una chiave di lettura probabilmente meno formale rispetto a quella dei riferimenti normativi o magisteriali, ma più empirica. Spesso, infatti, sulla carta l’esperienza della sofferenza e della morte tende ad essere parziale e superficiale, senza tener sufficientemente in considerazione le conoscenze mediche.
Ho vissuto circa due anni in un reparto pediatrico in cui si praticavano anche cure compassionevoli in pazienti che terminavano la loro breve esistenza terrena. Veder soffrire un bambino giorno dopo giorno – per mesi, a volte – mi ha insegnato che la vita non è data da un cuore che batte, dalle escursioni di volume di due polmoni o da una attività cerebrale lenta se pur presente. La vita è la possibilità di entrare in relazione con se stessi e con gli altri, di poter godere del calore del sole e della sensazione fresca del vento, di poter comunicare i propri stati d’animo, le proprie emozioni e sentimenti. Se ciò viene a mancare e si aggiungono atroci sofferenze fisiche, non posso stare lì impotente, ma neppure intervenire in maniera invasiva: piuttosto, il mio compito è quello di valutare se non ci sia un accanimento terapeutico in atto a cui spesso gli stessi familiari ci spingono.
Una persona in uno stato di coscienza dubbio, non rispondente agli stimoli ambientali né dolorosi e la cui unica manifestazione di “vita” sarebbe un respiro affannoso e un cuore che batte troppo veloce o troppo lento non credo, in scienza e coscienza, che si possa definire in vita. Stabilita l’irreversibilità di un quadro clinico è dovere di qualunque medico non “accanirsi terapeuticamente” – conformemente sia al codice di deontologia, sia al Catechismo della Chiesa Cattolica – e lasciare che non venga alterato il decorso naturale per mantenere integra la dignità della persona, oltre che il suo diritto di autodeterminazione. Il labile confine tra cure e accanimento terapeutico è sicuramente legato alla scienza e coscienza del medico a cui ci si affida per le cure.
In alcuni casi, alla fine della corsa della vita, penso sia giustificato il desiderio di interrompere la sofferenza giornaliera, continua, che si ripete ad ogni istante rendendolo identico al precedente; non può essere il paziente stesso oggetto di biasimo per un tale “desiderio di morte”. Nei miei ultimi giorni, non vorrei che mi venisse infilato ripetutamente in ogni vena del mio corpo un ago da pochi gauge per essere idratato o nutrito o, ancor peggio, che mi venisse posizionato un accesso venoso centrale per infondere i liquidi “vitali” direttamente nella vena giugulare interna, esattamente come non vorrei un sondino buttato giù dal naso fino allo stomaco o una tracheotomia.
Non vorrei quindi sancito per legge il dovere di idratare e nutrire artificialmente chiunque, sempre e comunque: sarebbe la negazione della naturalità. Un sondino nasogastrico fa male, provoca lesioni e ulcere lungo il suo decorso e le agocannule nelle vene le fanno rompere a lungo andare, creano stravasi di liquidi quando vanno fuori vena. Filtrate dagli occhi di un medico, tali manovre sono un po’ come nel giardino della sofferenza dello Zibaldone di Leopardi: «Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali».
Vorrei poter esprimere la mia dichiarazione di volontà anticipata affermando che qualora le mie condizioni fossero ritenute dai clinici come irreversibili, cioè senza alcuna possibilità di ritorno ad una vita “non artificiale”, non vorrei alcun tipo di intervento se non una adeguata sedazione farmacologica che mi accompagni alla morte.
Di certo i non addetti ai lavori prima della fase di stesura del cosiddetto “testamento biologico” necessitano dell’ausilio di un medico di fiducia per un supporto informativo circa le manovre più o meno invasive a cui si può essere sottoposti e anche per definire quale sia lo stato di irreversibilità in cui interrompere le manovre rianimatorie, lasciando comunque un margine di azione ampio ai medici che dovrebbero valutare il quadro clinico. Forse introdurrei anche un termine temporale: ad esempio, se le mie condizioni cliniche rimanessero stabili per un mese, due mesi o un anno, vorrei l’astensione da ulteriori pratiche invasive e/o rianimatorie. Non so ancora esprimermi sul criterio temporale, perché dovrei riflettervi più esaustivamente. Ad oggi, nelle proposte di legge in discussione, sono affrontati tutti gli aspetti formali, però non ci sono chiari riferimenti al contenuto (cosa fare e cosa non fare e in quali casi) che dovrebbe essere espresso in tale documento.
Insomma, sposo la bioetica laica contemporanea che non considera, sul piano puramente razionale, “un dovere incondizionato di continuare a vivere” e che ritiene non si possa invocare il concetto di “interesse alla vita” ove sussista una situazione di “insostenibile sofferenza” tale da rendere la vita disumana. Al contempo, la redazione di un testamento biologico non può essere considerata una sorta di suicidio o un atto di superbia nei confronti di Colui che ci ha donato la vita; essa rientra nel margine di autodeterminazione che discende dal libero arbitrio.
Non mi riconosco appieno nell’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II, perché la dichiarazione di volontà anticipata non può essere definita una fuga dalla sofferenza vissuta come «uno scacco insopportabile» in una cultura volta all’edonismo. Nella mia prospettiva empirica non riesco a considerare la sofferenza di un bambino, di un giovane o di un anziano come un “castigo purificatore”; sarebbe come ammettere una posizione sadica di Dio nei confronti dell’uomo. Le posizioni del Catechismo mi suonano troppo generali e poco aperte al discernimento personale di ciascun caso, come invece il Magistero più recente sottolinea. Al contrario, posso dirmi maggiormente vicino a quanto espresso nel 2013 dalla Conferenza episcopale tedesca circa la possibilità di ricorrere, in alcune circostanze, ad una eutanasia passiva o indiretta, ammesse solo parzialmente dal Catechismo come mancato accanimento terapeutico.

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

Diventare Padri per scegliere tra volontà e bene dei propri cari

di Vincenzo Fatigati
Uno dei punti focali del film Million Dollar Baby è rappresentato dalla scena in cui Frankie, l’allenatore di Maggie, la pugile inchiodata in stato di paralisi permanente su un letto dopo essere stata vigliaccamente colpita nell’ultimo incontro di pugilato, svela il significato del termine “mogusha”: mio sangue, mio tesoro. Il richiamo cristologico è evidente (come segnalava Fabio Ferzetti su Il Messaggero del 17 febbraio 2005) e ci permette di rileggere tutta la narrazione dal suo epilogo: Maggie muore a 33 anni, ed è quindi «fatta della stessa sostanza del padre», legata da un rapporto quasi filiale, benché sia di tipo putativo. Ma la prova più alta e difficile di paternità consiste nell’assecondare la volontà dell’allieva/figlia, somministrando una dose massiccia di adrenalina, in modo da permettere di non soffrire: e morire.
La definizione del ruolo paterno, in questa prospettiva, ha una funzione salvifica e quasi redentrice. Frankie è, da una parte, un padre naturale (un “non-padre”) fallito, non ricevendo risposte alle lettere che scrive alla sua figlia naturale; dall’altra, è un maestro condizionato troppo dal senso paternalistico: per paura paterna non permetterà al suo allievo migliore, “Big Willie”, di combattere per il titolo, indirizzandolo verso un altro manager. Solo quando accetterà di dare una possibilità a Maggie riuscirà a sintetizzare queste due figure di padre/maestro, dove il ruolo di maestro permettere di diventare vero padre. Il prete, a cui “confessava” i propri dubbi, non riesce a rispondere alle domande di Frankie: «Cos’è lo Spirito Santo?», «Cos’è l’Amore filiale?». Anzi, al contrario, mostrando l’elencazione di una dottrina svincolata dall’esperienza, accresce i sensi di colpa: sarà solo la dialettica instaurata dall’incontro con Maggie che permetterà di costruire la dimensione paterna; non certo l’enunciazione di una dottrina in modo didascalico. E l’eutanasia, quindi, risulterà essere il più alto (?!) gesto d’amore del padre (?).
Prima di parlare del Catechismo cattolico, proviamo un attimo a rileggere la dialettica tra responsabilità e autorità genitoriale in maniera radicalmente opposta, offrendo una prospettiva diversa. Emerge insistente un quesito: cosa scegliere tra comandamento e responsabilità di un padre? Nella nostra articolazione della risposta già offriamo una definizione dell’amore, ponendo una nuova questione di Antigone, dove da una parte c’è la legge religiosa e dall’altra quella del padre naturale. Una sorta di Edipo rovesciato: solo uccidendo il padre/celeste/religioso potrebbe ritornare a diventare un vero padre, esercitando l’amore per la figlia. O meglio, cercando di interpretare secondo gli spunti offerti dal racconto del sacrificio di Isacco, arrivando ad un assurdo etico: cosa bisogna scegliere tra la volontà (“assurda”) di Dio/Padre e l’istinto paterno di salvare il proprio figlio? Scelta che, laicamente, è tra legge divina e carità umana.
Cosa succederebbe se un medico, andando contro la volontà di un Testimone di Geova, offrisse cure mediche ad un paziente per salvare la sua vita? Si veda la Sentenza n° 42111/2007 della Sez. III della Cassazione Civile, che nega il risarcimento del danno al paziente, pur evidenziando il discrimine. Quali sono, o possono essere, i limiti del soggetto in merito alla Dichiarazione Anticipata di Trattamento (DAT), il cosiddetto “testamento biologico”?
Il Catechismo è abbastanza chiaro sulla DAT, esplicitando da una parte il rifiuto (CCC 2277) di predisporre forme mascherate di eutanasia per alleviare il dolore, ma anche la possibilità in certi limiti di poter interrompere l’accanimento terapeutico (CCC 2278). Ma questo non sposta di un millimetro la questione di un padre/medico che vede la propria figlia/paziente in stato vegetativo: cos’è la vita? Chi è in stato vegetativo è davvero “vivo”? E se è in coma, lo è ugualmente? Qual è il confine tra interruzione del trattamento terapeutico e omicidio? Quali sono le libertà del soggetto quando, in possesso delle sue piene facoltà mentali, deve decidere della propria fine, in casi eventuali che non riesce neanche a immaginare? Come un padre può interpretare, realizzare allo stesso tempo la volontà e il bene della propria figlia?
Non sono domande che si possono risolvere in poche righe e in maniera categorica, o didascalica, dicevamo prima. In Italia non esiste ancora una regolamentazione completa sul testamento biologico, mentre in altri sistemi giuridici, come in quello tedesco, si arriva a nominare un fiduciario. Tuttavia in Italia esistono norme che tutelano il “consenso informato”; si veda al riguardo l’art. 32 della Costituzione e l’art. 5 della Convenzione di Oviedo adottata dal Consiglio d’Europa nel 1997. Inoltre gli articoli 30 e 32 del Codice di deontologia medica affermano il diritto al consenso informato.
Il Parlamento italiano negli anni scorsi ha discusso un disegno di legge sul testamento biologico (Legge Calabrò) che venne approvato in prima lettura, ma poi non fu più confermato e decadde. In tale ddl Calabrò il rapporto medico-paziente era impostato in una prospettiva quasi “genitoriale” e “paternalistica”, che spostava la questione su un piano pragmatico, valutando le circostanze del momento. Da una parte infatti il DDL escludeva alcuni trattamenti (idratazione e nutrizione artificiali risultavano sempre obbligatorie) e dall’altro si prevedeva che il testamento biologico fosse una sorta di orientamento che può essere disatteso dal medico secondo scienza e coscienza; in Germania esiste invece la figura del tutore che ha le stesse funzioni putative. La proposta, insomma, era quella di affidarsi ad una figura di garante che conosce i nostri bisogni e la nostra volontà cercando di trovare una sintesi tra legalismo volontaristico/religioso e carità (intesa quale bene del proprio caro). Nelle proposte C.3970 e C.3599, rispettivamente del Movimento 5 Stelle e dei deputati civatiani di “Possibile”, si parla nuovamente della figura del fiduciario, anche se la volontà del paziente ha un maggiore peso vincolante e può anche spingersi al rifiuto dell’alimentazione forzata.
A mio avviso, bisogna sia porre dei limiti alla libertà del paziente, sia dall’altro avere la sensibilità di assumersi la responsabilità di scegliere, seguito dalla carità e amore, il bene del paziente, secondo il momento e la circostanza.
Sembra quasi che, in certi contesti, per esercitare l’amore paterno occorra ribaltare il motto evangelico – proprio come nella scena finale di Million Dollar Baby – seguendo il vero comandamento della propria coscienza: sia fatta la volontà del figlio!

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

Brevi osservazioni sulla dichiarazione anticipata di trattamento


di Raffaele Dobellini
Sono attualmente in discussione presso la Commissione Affari sociali della Camera sedici proposte di legge sul c.d. testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento. Tra queste due espressioni andrebbe preferita la seconda. L’espressione “testamento biologico”, infatti, può essere interpretata come sostegno alla tesi secondo la quale il bene vita sia «davvero subordinato alla mera volontà potestativa della persona e che questa sia comunque l’unica legittimata ad attribuire a tale bene un qualsivoglia valore»[1]. Il rilievo assunto dalla DAT origina, per un verso, dalla necessità di evitare che sia un giudice a dedurre la volontà del paziente in stato c.d. vegetativo, ricorrendo ad improbabili testimonianze di terzi, dall’altro, dalla natura relazionale-personalistica, che oggi si attribuisce al rapporto tra medico e paziente, che ha permesso di superare la «primazia del medico sull’alleanza terapeutica»[2]. La DAT risulta necessaria, però, proprio perché l’autodeterminazione del paziente si esplica appieno solo nel caso di pazienti capaci di intendere e di volere, «mentre risulta di difficile applicazione in tutti i casi in cui il paziente sia in condizione di fragilità e vulnerabilità e abbia difficoltà nel manifestare chiaramente le proprie volontà»[3]. Se il sanitario non è più il deus ex machina dell’attività terapeutica, non è, però, neanche un mero ed asettico esecutore dell’altrui volontà. Permarrà sempre una zona grigia in cui il sanitario sarà chiamato ad esercitare la propria valutazione. Proprio l’importanza attribuita all’alleanza terapeutica non può che condurre, infatti, a negare la piena vincolatività di una DAT che escluda qualsiasi tipo di terapia, soprattutto se il medico è consapevole che il dichiarante non abbia adeguatamente tenuto conto del possibile sviluppo della scienza medica o dell’evoluzione della propria malattia.
Ciò detto, si possono indicare alcuni requisiti di validità della DAT che il legislatore dovrebbe tenere in considerazione: 1) dichiarazione di soggetto maggiorenne capace di intendere e volere ed adeguatamente informato; 2) forma scritta con data e firma certe; 3) specificità delle situazioni cliniche considerate e dei tipi di terapia rifiutati; 4) conformità delle dichiarazioni al nostro ordinamento (nessuna introduzione surrettizia dell’eutanasia); 5) deve valere il principio di precauzione (in dubio pro vita), assumono valore quindi le revoche informali e deve persistere l’attualità della dichiarazione; 6) assenza di miglioramento della situazione clinica e della terapeutica, nessuno infatti rifiuterebbe i miglioramenti della scienza; 7) «il divieto per il rappresentante legale del minore o dell’infermo di mente, di rifiutare le cure del rappresentato, poiché questo ha soltanto il potere-dovere di agire per la salvaguardia della vita e salute del rappresentato medesimo […] (non essendo legittimo, ad es., per il nostro ordinamento il prelievo di rene, consentito dai genitori, dal figlio minore per trapiantarlo sul fratello gemello, come è avvenuto altrove)»[4].
La DAT, sebbene rispettosa di detti requisiti, rimane pur sempre uno strumento. Sarà il legislatore a dover evitare che diventi uno strumento sterile, che contribuisca ulteriormente a lasciar soli coloro che vivono una fase particolarmente dolorosa della propria esistenza. L’alleanza terapeutica, infatti, può peccare di astrazione, oscurando le difficoltà e le fragilità del malato. Al tempo stesso, tuttavia, il medico deve essere aiutato a porre una particolare attenzione «alle esigenze del caring, affinché il rifiuto o la rinuncia del paziente a cure necessarie alla sua sopravvivenza rimanga un’ipotesi estrema»[5]. Si dovrà inoltre riflettere sul fatto che l’alleanza terapeutica deve coinvolgere anche i familiari del paziente. «La relazione che lega medico e paziente è inevitabilmente asimmetrica: la partecipazione dei familiari all’alleanza terapeutica potrebbe portare un contributo positivo»[6].
Le proposte di legge presentate attualmente alla Camera presentano molti tratti comuni. Ad avviso di chi scrive, la legge in materia di DAT dovrebbe esplicitare il rifiuto per il nostro ordinamento dell’accanimento terapeutico, dell’eutanasia, dell’assistenza e/o aiuto al suicidio e dell’abbandono terapeutico, oltre che ribadire l’importanza dell’accesso più facile alla terapia del dolore. Andrebbe rimesso solo al dichiarante l’eventuale rifiuto dell’alimentazione/idratazione artificiale. Si dovrebbe, quindi, espressamente escludere la possibilità di ricostruire la volontà del rifiuto del trattamento sanitario da strumenti che non siano la DAT. Il fiduciario, eventualmente nominato, non può essere considerato l’unico depositario della volontà del malato, ma anche i familiari devono essere consultati, soprattutto nei casi dubbi. Il vero casus belli rimane la totale vincolatività o meno delle dichiarazione per il sanitario. Da quanto su affermato deriva chiaramente che la legge in materia di DAT non può che prevedere la parziale vincolatività della stessa. Il medico curante, il fiduciario, i familiari dovrebbero infatti poter chiedere ad una Commissione etica di disattendere quanto previsto dalla DAT nel caso in cui sia possibile ricorrere ad un innovativo trattamento sanitario o nel caso in cui la dichiarazione non risulti sufficientemente chiara. Una legge che immagini la DAT come assolutamente vincolante risulterebbe non conforme al principio di precauzione e vanificherebbe il senso dell’alleanza terapeutica. In dubio semper pro vita.

La lettura prosegue con gli altri articoli su questo tema, nella rivista Nipoti di Maritain n.2.

NOTE
[1] F. D’Agostino, “Postilla al parere «Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico» del Comitato Nazionale di bioetica”, 2008.
[2] P. Stanzione – G. Salito, L’indisponibilità del bene della vita tra autodeterminazione e norma, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010.
[3] L. Nepi,“Recensione di «Doveri e diritti alla fine della vita» - Edizione Studium” in Iustitia, Anno LXIV n. 2/11.
[4] F. Mantovani,“Relazione al Convegno dell’Accademia nazionale di Lincei su «Testamento biologico e libertà di coscienza»” Roma, 12-13 aprile 2012.
[5] Comitato Nazionale di bioetica, Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico, 2008.
[6] D. Farace, “Le dichiarazioni anticipate di trattamento – Notazioni a margine del disegno di legge n. 2350”. Link: http://www.treccani.it/diritto/approfondimenti/diritto_civile/2_Farace_dichiarazioni_anticipate.html