di Lorenzo Banducci
Il caldo
a volte gioca brutti scherzi. E in questi giorni, di forti temperature
estive, a farmi sobbalzare dalla sedia nei miei giorni di riposo è
stata una sortita del generale Roberto Vannacci. Certo, direte voi,
non è una gran novità un’uscita fuori dalle righe del leader di
Futuro Nazionale, ma stavolta l’ha detta così grossa che mi è
difficile rimanere in silenzio. Il Vannacci è arrivato a definire San Paolo un “camerata”. Ora, fra tutte le persone a cui poteva
affibbiare questo appellativo, andare a toccare proprio l’apostolo
originario di Tarso - al quale come Nipoti di Maritain abbiamo dedicato un numero monografico - è stata una scelta che non ha potuto
lasciarmi indifferente. San Paolo è stato definito in molti modi nel
corso degli studi che lo hanno lungamente riguardato, ma chiamarlo
“camerata” si tratta francamente di un’operazione culturale che
manipola le Scritture, ignora la storia e tenta di arruolare
l’Apostolo delle genti in un immaginario politico che gli è
totalmente estraneo. Paolo non è mai stato un ideologo dell’ordine
né un teorico della disciplina sociale. Era un ebreo apocalittico
del I secolo, convinto di vivere alle soglie della fine dei tempi (1
Tessalonicesi 4,15-17; 1 Corinzi 7,29-31), e impegnato a costruire
comunità che incarnassero già ora la logica sovversiva del Regno di
Dio. Chi vuole trasformarlo in un testimonial della virilità
militare o dell’autorità gerarchica semplicemente non ha letto
Paolo — o lo ha letto con gli occhiali sbagliati.
Il
celebre monito di 2 Tessalonicesi 3,10 — “chi non vuole lavorare,
neppure mangi” — che Vannacci brandisce come prova di un’etica
del rigore, non ha nulla a che vedere con la retorica del merito o
della produttività. Paolo non stava fondando un codice sociale, ma
difendendo la fragile sopravvivenza di piccole comunità dove alcuni,
convinti dell’imminenza della fine ( 2 Tessalonicesi 2,1-2),
avevano abbandonato le occupazioni quotidiane vivendo
“disordinatamente” (2 Tessalonicesi 3,6-7). Il suo richiamo al
lavoro manuale è un gesto pastorale, non politico: serve a evitare
scandali, a proteggere la missione, a impedire che i cristiani
vengano accusati di parassitismo. Trasformare questo in un manifesto
di disciplina militare significa strappare il testo dal suo contesto
e usarlo come arma ideologica.
Paolo
non è un nazionalista: è l’uomo che ha osato dire che “non c’è
più Giudeo né Greco” (Galati 3,28), demolendo le barriere
identitarie dell’antichità. La sua teologia della grazia —
charis
come “dono incongruo”, offerto senza riguardo per merito, sangue
o status (Romani 3,21-24; 1 Corinzi 1,26-29) — è una bomba
teologica che fa esplodere ogni gerarchia fondata sulla forza, sulla
purezza o sulla superiorità etnica. È difficile immaginare qualcosa
di più distante da una visione identitaria o militarista: Paolo non
costruisce muri, li abbatte; non sacralizza appartenenze, le
relativizza; non difende privilegi, li dissolve nella logica del
dono.
Anche le
sue metafore militari — la “corazza della fede e dell’amore”
e l’“elmo della speranza” (1 Tessalonicesi 5,8), la “corazza
della giustizia” e lo “scudo della fede” (Efesini 6,13-17) —
non hanno nulla a che vedere con la retorica della virilità armata.
Sono immagini apocalittiche, usate per descrivere la resistenza
spirituale di comunità vulnerabili, non la forza di un esercito. La
lealtà che Paolo chiede non è verso un capo politico, ma verso un
Messia crocifisso (1 Corinzi 1,23): il simbolo massimo della
debolezza e dell’infamia nell’Impero romano. Se c’è un tratto
distintivo della sua teologia, è proprio la scelta di Dio di agire
attraverso ciò che il mondo considera debole, marginale, disprezzato
(1 Corinzi 1,27-28). Paolo non glorifica la forza: la rovescia.
Persino
Romani 13,1-7, spesso citato per sostenere un’adesione
all’autorità, è un testo che va letto nella sua cornice
apocalittica. Paolo invita alla sottomissione non perché sacralizzi
il potere, ma perché ritiene che il tempo sia breve (Romani
13,11-12) e che non valga la pena provocare persecuzioni inutili. La
vera cittadinanza, scrive ai Filippesi, non è romana ma “nei
cieli” (Filippesi 3,20): un’affermazione che relativizza ogni
identità politica e ogni appartenenza territoriale. Se c’è un
messaggio politico in Paolo, è questo: nessun potere umano è
definitivo, nessuna identità è assoluta, nessuna gerarchia è
sacra.
Per Paolo non potrebbe mai esistere un "Futuro Nazionale" - come indicato dal nome del partito di Vannacci - ma il futuro è oltre le nazioni e le appartenenze etniche e geografiche. Il futuro è nel Regno.
Per
questo è paradossale — e culturalmente rivelatore — che oggi si
tenti di arruolare Paolo in un immaginario di destra radicale. Se
proprio vogliamo collocarlo nel nostro orizzonte politico, Paolo è
più vicino a chi difende gli ultimi che a chi esalta la forza (1
Corinzi 1,27); più vicino a chi costruisce comunità inclusive che a
chi invoca confini identitari (Galati 3,28); più vicino a chi crede
nella dignità universale che a chi la subordina al sangue, alla
cultura o alla produttività (Romani 10,12). Paolo non è un
“camerata”: è un rivoluzionario della grazia, un demolitore di
muri, un profeta di un mondo nuovo che giudica ogni potere umano e
che chiama a una forma di vita radicalmente alternativa.
Ridurlo
a un’etichetta politica odierna significa non solo tradirne gli
scritti, ma svuotare il Vangelo della sua forza più dirompente:
quella di una potenza divina che sceglie ciò che è debole per
confondere ciò che è forte (1 Corinzi 1,27). Se c’è un messaggio
che Paolo consegna alla storia, è questo — ed è difficile
immaginare qualcosa di più distante dalla retorica muscolare che
vorrebbe arruolarlo tra i propri simboli.
A
Vannacci, infine un umile consiglio. Porti avanti le sue battaglie
politiche senza utilizzare figure che - prima di essere citate a
vanvera - andrebbero conosciute per ciò che realmente sono.

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