“Non
possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo”
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Partito
da Roma il 2 novembre accompagnato da molti cardinali (Antonelli, di
Pietro, Braschi, Caselli, Bayane e Fesch) e da un seguito illustre
(fra cui l'erudito abate Cancellieri), Pio VII fu acclamato lungo
tutto il percorso del suo viaggio attraverso l'Italia e la Francia.
Il quadro (molto "ritoccato") di J.-L. David conserva la
memoria dell'incoronazione avvenuta il 2 dicembre 1804, con il papa
che assiste silenzioso all'autoconsacrazione di Napoleone e poi di
Giuseppina (alla quale il primo si univa in matrimonio, per
l'occasione, di fronte alla Chiesa) ad opera dell'imperiale sposo.
Pio VII prolungò il soggiorno a Parigi fino al 4 aprile: continuò a
negoziare senza troppo successo con l'imperatore e i suoi ministri,
tenne Concistoro il 1° febbraio e il 22 marzo, visitò chiese,
ospedali e musei (Visconti gli fece ammirare nel Louvre le collezioni
sottratte a Roma con il trattato di Tolentino); ricevette
un'entusiastica accoglienza nel Faubourg St-Antoine, quartiere
popolare che era stato culla della Rivoluzione. Nel viaggio di
ritorno il papa effettuò una lunga sosta a Lione, dove celebrò gli
uffici della Settimana santa (un importante testo del filosofo
Ballanche ne perpetua la memoria), poi si diresse di nuovo verso
l'Italia. Il lungo periplo di Pio VII , che appare una replica più
felice del viaggio di Pio VI a Vienna, segnò, all'indomani della
Rivoluzione, l'affermazione di un "carisma pontificale" che
seppur privo di conseguenze politiche immediate o di effetti
religiosi durevoli sulle popolazioni, trasformò tuttavia in
profondità, nell'età democratica delle moltitudini, le relazioni
del pontefice romano con le masse cattoliche. Il viaggio di ritorno a
Roma si concluse con un'entrata trionfale in città, il 16 maggio
1805, che si prolungò il 26 giugno in una calorosa allocuzione
concistoriale. Gli anni 1802-1806, nella scia del successo del
concordato francese, compendio e modello di un nuovo tipo di rapporto
fra la Chiesa e le nazioni "rivoluzionate" dell'Europa
occidentale, segnarono una fase di un'offensiva di grande portata da
parte della Santa Sede. Il 27 novembre 1801 Pio VII mandò il
cardinale Caprara a Parigi per negoziare un concordato con il
rappresentante della nuova Repubblica italiana, Marefoschi. Nella
costituzione della Repubblica, promulgata il 26 gennaio 1802 da
Bonaparte in seguito alla consulta di Lione, il cattolicesimo fu la
religione del nuovo Stato (art. 1). Il concordato italiano del 16
settembre 1803 (ventuno articoli), che non fece parola delle
Legazioni annesse, era più favorevole alla Santa Sede del concordato
francese (da cui riprese i dispositivi relativi alla nomina e
all'investitura dei vescovi, nonché l'obbligo di prestare giuramento
al governo): il cattolicesimo fu confermato nel suo statuto di
religione di Stato; i beni della Chiesa non alienati furono
restituiti al clero; la legislazione religiosa precedente fu abolita
(art. 21). Tuttavia, il vicepresidente della Repubblica italiana
Melzi d'Eril, influenzato dalla tradizione giuseppina, ne attenuò la
portata abbinandolo, all'atto della sua promulgazione a Milano il 24
gennaio 1804, ad un "decreto relativo all'applicazione del
trattato", che ristabilì la preminenza della legge civile sul
concordato. Le indignate proteste di Pio VII (4 agosto e 28 settembre
1804) restarono inascoltate, come pure le rimostranze seguite
all'introduzione del Codice civile (compreso il divorzio) nel Regno
d'Italia, l'8 giugno 1805. Pio VII abbozzò anche un progetto di
concordato per contrastare la secolarizzazione dell'Impero germanico.
Il trattato di Lunéville (9 febbraio 1801), che riconosceva alla
Francia l'annessione della riva sinistra del Reno, prevedeva infatti
di risarcire i principi tedeschi espropriati con i beni e i
Principati ecclesiastici dell'Impero: questa soluzione - che comportò
l'estinguersi delle proprietà della Chiesa in terra tedesca - fu
ratificata dalla Dieta di Ratisbona il 25 gennaio 1803 e confermata
dall'imperatore Francesco II il 28 aprile. Il papa esternò la sua
preoccupazione sia all'imperatore Francesco II (brevi del 27 giugno
1801 e del 29 gennaio 1803) che al primate Dalberg, già principe
elettore di Magonza, arcivescovo di Ratisbona e arcicancelliere
dell'Impero, adoperandosi affinché venisse avviato un negoziato
complessivo che conducesse ad un "concordato dell'Impero"
("Reichskonkordat"). Le trattative, nelle quali Dalberg
assunse un ruolo determinante ed ambiguo, coinvolsero i principi
tedeschi nella loro totalità e in un primo tempo si svolsero a
Vienna nel corso del 1803, fra il nunzio Severoli e il consigliere
referendario Franck. In seguito i negoziati furono ripresi non a
Parigi, come aveva auspicato Napoleone all'epoca della sua
incoronazione, ma a Ratisbona dal nunzio di Monaco, Annibale della
Genga (futuro Leone
XII),
che presentò tardi le sue lettere credenziali alla Dieta, il 26
giugno 1806, ma dovette ritirarsi nell'autunno 1807. Il progetto non
riuscì a decollare sia a causa delle aspirazioni contraddittorie
dell'Austria e dei principi (Baviera, Württemberg), sia delle
ambizioni crescenti di Napoleone, vittorioso sull'Austria ad
Austerlitz nel 1805 e sulla Prussia a Jena nel 1806. Il fallimento
del "concordato dell'Impero" (il cui progetto fu ripreso
senza successo da Consalvi al congresso di Vienna nel 1814-1815) aprì
la strada a concordati particolari con gli Stati. La rottura tra la
Francia e la Santa Sede si consumò al ritorno di Pio VII a Roma. La
nuova "disputa fra sacerdozio e Impero" fu generata da un
duplice conflitto, di natura politica e religiosa. L'ambizione di
esercitare un dominio politico, militare ed economico sull'Europa
indusse Napoleone ad organizzare un "blocco continentale"
contro l'Inghilterra, destinato a soffocare l'economia britannica
fondata sulle esportazioni. Alla luce di questo progetto la
neutralità rivendicata dal governo pontificio era impensabile. Il 15
ottobre 1805 Ancona, il porto principale degli Stati pontifici, fu
occupata dalle truppe francesi: Pio VII denunciava sdegnato questo
"crudele affronto". Il 15 febbraio 1806 l'armata del
generale Gouvion-Saint-Cyr fece il suo ingresso a Napoli, dopo aver
attraversato senza autorizzazione gli Stati pontifici: i Borbone si
rifugiarono in Sicilia e il Regno di Napoli fu sottoposto al governo
di Giuseppe Bonaparte, poi del maresciallo Murat, cognato
dell'imperatore; le due enclaves pontificie nel Regno erano sottratte
al papa: Benevento era assegnata a Talleyrand, Pontecorvo a
Bernadotte. Il porto di Civitavecchia fu presidiato nel maggio 1806.
Napoleone pretese inoltre che fossero espulsi da Roma tutti i
rappresentanti delle potenze che gli erano nemiche: "Vostra
Santità è il sovrano di Roma, ma io ne sono l'imperatore. Tutti i
miei nemici devono essere i vostri". Il 21 marzo Pio VII
riaffermò solennemente la propria neutralità: "Noi, Vicario di
questo Verbo che non è il Dio delle dispute, ma della concordia non
possiamo opporci ai doveri che ci impongono di preservare la pace con
tutti, senza distinzione di cattolici ed eretici". Il 10 aprile
il cardinale Fesch fu richiamato a Parigi per essere sostituito nella
carica di ambasciatore da Alquier, che era stato membro della
Convenzione (e regicida). Il 17 giugno 1806 il cardinale Consalvi fu
costretto alle dimissioni in seguito alle pressioni francesi. Pio VII
, che conservava intatta la sua fiducia nel segretario di Stato,
nominò successivamente cardinali prosegretari Filippo Casoni (giugno
1806), Giuseppe Doria Pamphili (febbraio 1808), Giulio Gabrielli
(marzo 1808) e infine l'energico e intransigente Bartolomeo Pacca (18
giugno 1808). Il 10 novembre 1806 Napoleone convocò a Berlino il
nunzio Arezzo per esigere l'adesione degli Stati pontifici al blocco
continentale, sancito da un decreto in data 21 novembre, ma Pio VII
rifiutò l'ingiunzione. Un ultimo tentativo di conciliazione fu
intrapreso sotto l'egida del cardinale di Bayane, che era stato
auditore francese del Tribunale della Rota, inviato a Parigi il 19
settembre 1807 per trattare con il ministro Champagny: ma
contemporaneamente Napoleone fece occupare dalle sue truppe le Marche
e l'Umbria. Il 9 novembre Pio VII revocò a Bayane i suoi poteri, ma
senza arrivare ad una rottura definitiva. Il 21 gennaio l'imperatore
ordinò l'occupazione di Roma: le truppe del generale Miollis
invasero la città il 2 febbraio 1808. Il papa si considerò
prigioniero nel suo palazzo del Quirinale e il 27 marzo si appellò
al giudizio del "Re che è al di sopra dei re".
L'imperatore
mise in atto, nello stesso tempo, una politica di deliberato
asservimento della Chiesa ai suoi interessi temporali e spirituali.
Il 19 febbraio istituì in tutti i territori dell'Impero un "san
Napoleone", oscuro martire la cui festa venne fissata il 15
agosto, giorno in cui la Chiesa celebrava l'Assunzione. Il 12 aprile
il concordato italiano fu esteso al Ducato di Lucca, assegnato a
Elisa Bonaparte: Pio VII espresse una vibrante protesta che rimase
inascoltata. Il 30 maggio 1806, con l'approvazione del debole
cardinale Caprara, fu promulgato un Catechismo imperiale che esigeva
dai fedeli "l'amore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il
servizio militare [e] i tributi imposti per la conservazione e la
difesa dell'Impero". A questa Chiesa "napoleonizzata",
in cui docili vescovi erano consacrati al ruolo di "prefetti
viola", l'autorità del magistero pontificale era assoggettata
agli interessi della dittatura imperiale, e una "teologia della
guerra" era posta al servizio della politica francese di
aggressione militare e di espansione territoriale in Europa, Pio VII
, circondato da un Sacro Collegio intransigente in cui dominavano
forti personalità come Consalvi, Pacca e di Pietro, si oppose con un
desolato Non possumus. L'11 ottobre 1806 il papa rifiutò di
accordare l'investitura canonica ai vescovi designati per occupare le
sedi vacanti nel Regno d'Italia, rompendo con questo gesto il
concordato. Nell'autunno 1807 vietò a Bayane di accettare la
partecipazione dello Stato pontificio alla coalizione contro
l'Inghilterra e l'aumento del numero dei cardinali francesi. Infine,
a partire dal 1808, rifiutò l'investitura canonica ai vescovi
nominati nelle diocesi dell'Impero: l'insieme dell'edificio
concordatario era ormai compromesso. Il duplice conflitto spirituale
e temporale trovò uno sbocco brutale nella soppressione degli Stati
pontifici e nell'imprigionamento del papa. Il 23 marzo 1808,
all'indomani dell'occupazione di Roma, il generale Miollis fece
espellere quattordici cardinali non nativi dello Stato pontificio,
tra cui il prosegretario di Stato Doria Pamphili, di origine
genovese. Il 2 aprile le Marche furono annesse al Regno d'Italia. Il
cardinale Gabrielli, il 19 maggio, pronunciò una solenne protesta a
nome del papa, in seguito alla quale fu arrestato il 16 giugno e
obbligato a risiedere nella sua diocesi di Senigallia. Il 6 settembre
Pio VII dovette intervenire personalmente per far liberare il
cardinale Pacca e insieme a lui si rinchiuse nel Quirinale. Infine,
in un decreto firmato a Vienna il 17 maggio 1809, Napoleone ordinò
l'annessione di Roma e dell'Umbria all'Impero perché formassero i
dipartimenti del Tevere e del Trasimeno: il 10 giugno il vessillo
pontificio fu ammainato al Quirinale. Nello stesso giorno Pio VII
promulgò e fece affiggere sulle porte delle basiliche più
importanti di Roma la bolla Quam memorandum, redatta dai cardinali
Pacca e di Pietro: "Per l'autorità di Dio onnipotente, dei
santi apostoli Pietro e Paolo, e nostra dichiariamo che tutti coloro
che, dopo l'invasione di Roma e del territorio ecclesiastico, dopo la
violazione sacrilega del patrimonio di S. Pietro da parte delle
truppe francesi, hanno commesso a Roma e nelle Chiese contro le
immunità ecclesiastiche, contro i diritti anche temporali della
Chiesa e della Santa Sede, gli attentati o alcuni degli attentati che
hanno suscitato le nostre giuste rimostranze […] tutti i loro
artefici, fautori, consiglieri o aderenti; tutti coloro, infine, che
hanno agevolato l'esecuzione di queste violenze o le hanno eseguite
essi stessi, sono incorsi nella scomunica maggiore". Se pure
l'imperatore non era esplicitamente menzionato, era evocato con molta
chiarezza. "È un pazzo furioso che va internato", replicò
quest'ultimo a Murat in una lettera inviata dal palazzo di Schönbrunn
il 20 giugno. Il generale della gendarmeria Radet eseguì l'ordine
imperiale nella notte fra il 5 e il 6 luglio 1809, con un assalto al
Quirinale reso possibile da complicità interne. Il papa, in
compagnia del solo cardinale Pacca, fu portato in una berlina verso
una destinazione ignota. Condotto a Grenoble, fu separato da Pacca,
che restò rinchiuso nel forte di Fenestrelle dall'agosto 1809 al
gennaio 1813; Pio VII fu poi trasferito a Savona dove giunse il 17
agosto. Il papa rimase internato a Savona per quasi tre anni (agosto
1809-giugno 1812), prima rinchiuso nel municipio, poi nel vescovato
della città ligure, sotto la rigida sorveglianza del prefetto
Chabrol e del comandante della gendarmeria Lagorse (un dottrinario
passato in successione alla Rivoluzione e all'Impero, che per cinque
anni fu il carceriere del pontefice), in un isolamento sempre
crescente: il papa si considerò prigioniero, rifiutò di uscire, e
nella solitudine ritrovò la disciplina di vita del "povero
monaco Chiaramonti", coltivando un senso di rassegnazione e una
speranza che non escludevano fermezza di principi e tenacia nella
difesa dei diritti della Santa Sede. Furono pochi coloro che in
Italia, in Francia e in Europa provarono turbamento per la sorte che
l'imperatore aveva riservato al papa: le rare iniziative intraprese
per instaurare una comunicazione con il pontefice prigioniero
provennero dalla società segreta realista dei Cavalieri della Fede
(molti membri della quale furono incarcerati dalla polizia
imperiale), cui era collegato François-David Aynès, il principale
diffusore della bolla di scomunica dell'imperatore. Prigioniero
impotente della dittatura imperiale, privo di informazioni e di
consigli, Pio VII rappresentò nondimeno un rimprovero vivente alla
hybris di Napoleone all'apogeo della propria potenza: "Siete il
rifiuto di Dio nel silenzio di tutti gli uomini", scriverà Pio
VII Claudel nel dramma L'otage (1911). Gli anni di Savona furono
contrassegnati dall'attuazione di una politica religiosa che sembrò
mirata unicamente ad annientare o asservire l'autorità pontificia.
Il 2 febbraio 1810 Napoleone ordinò il trasferimento a Parigi degli
Archivi Vaticani, con conseguenze molto pesanti sul piano
documentario. Il 2 aprile l'imperatore, all'apice della gloria, sposò
a Parigi l'arciduchessa Maria Luisa, figlia dell'imperatore Francesco
II, dopo che il precedente matrimonio con la sterile Giuseppina, il
17 febbraio, era stato dichiarato nullo dalle autorità francesi.
Tredici cardinali, tra cui Consalvi, di Pietro, Mattei e Gabrielli,
rifiutarono di indossare l'abito rosso durante la cerimonia: i
"cardinali neri" furono privati senza indugio delle loro
rendite e imprigionati in diverse città francesi. Il 14 maggio il
diplomatico austriaco Lebzeltern, inviato a Savona su richiesta di
Napoleone per ordine di Metternich, nel corso di un'udienza con il
papa cercò di piegarne la resistenza, ma si scontrò con un netto
rifiuto: "Quando le opinioni sono fondate sopra la voce della
coscienza e sul sentimento dei proprii doveri, diventano
irremovibili, e non vi è forza fisica al mondo che possa, alla
lunga, lottare con una forza morale di questa natura", è la
replica di Pio VII (Un collaborateur de Metternich, pPio VII
153-89). I cardinali Caselli e Spina, il 5 luglio, non ebbero miglior
fortuna. Il 14 ottobre 1810 l'ambizioso cardinale Maury, ormai legato
all'Impero, era posto da Napoleone a capo dell'arcivescovato di
Parigi (dopo il rifiuto del cardinale Fesch): Pio VII , con due brevi
da Savona, del 5 novembre e 18 dicembre (che Maury finse di
ignorare), gli rifiutò l'investitura canonica vietandogli di
governare la diocesi. Il 20 marzo 1811 Napoleone ebbe un figlio, al
quale conferì, senza alcun riguardo per il pontefice prigioniero, il
titolo di "re di Roma". Da questo momento si adoperò per
ottenere da Pio VII (accanto al quale aveva collocato, nella
primavera 1811, il debole monsignor Bertazzoli, suo elemosiniere, e
il medico Porta) l'istituzione canonica dei vescovi da parte dei
metropoliti, con la conseguenza di ridurre ulteriormente le
competenze della Sede apostolica e di minacciare l'unità della
cattolicità. Nello stesso tempo convocò un concilio nazionale dei
vescovi dell'Impero. Il 13 giugno una deputazione di vescovi (Barral,
Duvoisin, Mannay) ottenne la tacita approvazione di una nota che, al
termine di sei mesi di rifiuti, attribuiva l'investitura canonica al
metropolita: ma il papa si ricredette ben presto. Il concilio
nazionale dei vescovi dell'Impero (sei cardinali, otto arcivescovi,
ottantuno vescovi, di cui quarantuno titolari italiani) si aprì a
Notre-Dame di Parigi il 17 giugno 1811: anche se Napoleone vide
profilarsi minacce di scisma, i padri conciliari, compreso Fesch,
riaffermarono la propria fedeltà alla Sede apostolica e all'unità
della Chiesa. Una delegazione composta da quattordici membri (tre
arcivescovi, sei vescovi e i cinque "cardinali rossi"
Ruffo, Dugnani, Bayane, Roverella e Doria Pamphili) fu inviata a
Savona per negoziare, dal 3 al 30 settembre, un decreto in cinque
articoli sulle investiture canoniche: ma Bonaparte lo respinse,
perché salvaguardava il principio dell'autorità pontificia
limitandosi a delegarne i poteri al metropolita.
La
situazione era in una fase di stallo assoluto allorché Napoleone,
nella primavera 1812, partì alla conquista della Russia alla testa
della Grande Armata. Con un ordine datato Dresda, 21 marzo 1812,
l'imperatore, avendo avuto sentore del rischio di un'incursione
inglese, dispose affinché il principe Camillo Borghese, suo cognato
e governatore del Piemonte, trasferisse il papa in Francia. La
decisione imperiale fu eseguita con particolare rapidità e
brutalità. Pio VII , partito da Savona il 9 giugno a mezzanotte
sotto la scorta del comandante Lagorse e con la sola compagnia di
Bertazzoli e Porta, fu trasportato nella massima segretezza e senza
alcun riguardo per l'età - aveva quasi settant'anni - in una vettura
sigillata, a briglia sciolta, attraverso le Alpi in direzione della
Francia. Il 19 giugno entrò nel castello di Fontainebleau, nel quale
rimase prigioniero sotto stretta sorveglianza per diciannove mesi.
Napoleone, nel dicembre 1812, tornò sconfitto dalla disastrosa
campagna di Russia. Con la mediazione del cardinale Doria Pamphili,
in un primo tempo, assistito dal vescovo di Nantes Duvoisin e da
monsignor Bertazzoli, cercò di fiaccare definitivamente la
resistenza del papa. Il 19 gennaio, accompagnato da Maria Luisa e dal
figlio, incontrò Pio VII a Fontainebleau e per un'intera settimana
trattò con lui direttamente e senza testimoni. Ottenne dal
pontefice, indebolito dalla vecchiaia, la firma di un progetto di
convenzione noto con il nome di "concordato di Fontainebleau"
(25 gennaio 1813): il papa cedé su tutta la linea, accettò il
trasferimento della sua sede di residenza, l'istituzione dei vescovi
da parte del metropolita al termine di sei mesi di vacanza e il
riassetto della geografia ecclesiastica di Italia e Germania; in
compenso ricevette un'importante dotazione, si vide riconosciuta una
rappresentanza diplomatica, recuperò la libertà per sé e per i
suoi cardinali. Mentre Napoleone si affrettò a pubblicare e
celebrare il nuovo concordato, Pio VII , rinfrancato dall'appoggio
dei suoi consiglieri ritrovati (Consalvi, Pacca e di Pietro), il 24
marzo inviò a Napoleone una lettera in cui ritrattava il concordato,
che tuttavia l'imperatore decise di ignorare. I cardinali furono di
nuovo allontanati e assoggettati all'obbligo di residenza e il papa
fu ancora una volta isolato: inutili trattative si protrassero lungo
l'intero corso del 1813, mentre l'Impero francese era in declino sia
sul fronte politico che militare. Di fronte all'avanzata delle truppe
alleate in Francia, Napoleone decise di far ricondurre il suo
prigioniero a Savona. Il 23 gennaio 1814 Pio VII lasciò
Fontainebleau e, scortato da Lagorse, compì un tortuoso itinerario
che toccò Orléans, Limoges, Tolosa, Montpellier, Aix e Nizza, per
procrastinare il ritorno ed aggirare la valle del Rodano dove il
fermento antibonapartista era al culmine. Il lungo percorso del
prigioniero si tramutò in un trionfo: il carisma papale si impose
nelle tappe successive del lento procedere attraverso il Midi della
Francia. Folle sbandate in seguito al crollo dell'Impero e avide di
pace si accalcarono al passaggio dell'anziano pontefice. Il 16
febbraio Pio VII ritrovò la sua prigione di Savona, senza aver
compiuto un solo gesto per riconquistare la propria libertà. Alla
fine, in marzo, Napoleone ordinò la liberazione del prigioniero e lo
fece accompagnare a Bologna, calcolando in tal modo di contrastare i
progetti di annessione dell'imperatore austriaco e del re Murat. Pio
VII lasciò Savona il 19 marzo, il 25 marzo varcò le linee
austriache sul Taro e fece il suo ingresso a Bologna il 31 marzo.
Celebrò le cerimonie della Settimana santa ad Imola, sua antica
città episcopale, si trattenne a Cesena, sua città natale, dal 20
aprile al 7 maggio, poi il 15 maggio si recò al santuario di Loreto
a rendere grazie per la sua liberazione. Questo lungo soggiorno
consentì al papa di attendere la conclusione delle operazioni
militari e politiche in Francia (gli alleati entrarono a Parigi il 31
marzo, Napoleone abdicò a Fontainebleau il 6 aprile, Luigi XVIII si
insediò alle Tuileries il 3 maggio), di avvalersi dell'appoggio
dell'emissario britannico in Italia, l'intraprendente Lord Bentinck,
di dare risonanza alla sua presenza non solo di pontefice ma anche di
sovrano nelle Legazioni e nelle Marche, di misurare il fervore e
l'attaccamento delle popolazioni, per le quali incarnò, nei rovesci
della guerra, il ritorno alla pace e alla sicurezza dell'antico
ordine. Nel primo messaggio rivolto alla cattolicità, pronunciato a
Cesena il 4 maggio 1814, Pio VII formulò un'interpretazione in
chiave provvidenzialista delle sue tribolazioni e della sua
restaurazione, riaffermando anche con forza i suoi diritti di
pontefice e di sovrano. "Il trionfo della Misericordia divina è
ormai compiuto sopra di Noi strappati con inaudita violenza dalla
nostra Sede pacifica, dal seno de' nostri amati Sudditi; e trascinati
di una in un'altra Contrada, siamo stati condannati a gemere tra la
Forza quasi cinque anni. Noi abbiamo versato nella nostra prigionia
lacrime di dolore prima per la Chiesa alla nostra cura commessa
perché ne conoscevamo i bisogni senza poterle apprestare un
soccorso, poi per i Popoli a Noi soggetti perché il grido delle loro
tribolazioni giungeva perfino a Noi senza che fosse in nostro potere
di arrecargli un conforto. Temperava però l'affanno acerbissimo del
nostro cuore la viva fiducia, che placato finalmente il pietosissimo
Iddio giustamente irritato dai nostri peccati alzarebbe l'Onnipotente
sua destra per infrangere l'arco nemico, e spezzar le catene che
cingevano il Vicario suo sulla Terra. La nostra fiducia non è stata
delusa. L'umana alteriggia, che stoltamente pretese di uguagliarsi
all'Altissimo, è stata umiliata, e la nostra liberazione, cui anche
miravano gli sforzi generosi dell'Augusta Alleanza, è per prodigio
inaspettatamente seguita" (A.S.V., Segr. Stato, 1814, rubrica
1).
http://www.treccani.it/enciclopedia/pio-vii_(Enciclopedia-dei-Papi)/
Commenti
è ancora molto forte ....