mercoledì 23 gennaio 2013

Se muore l'amore fra gli sposi


di Mauro Pizzighini

È sotto gli occhi di tutti il moltiplicarsi delle situazioni "irregolari" dovute alla fragilità di coppia. Sono auspicabili percorsi specifici però nella pastorale parrocchiale "ordinaria".


«Penso a Sara, sposata da tanto tempo con due figli adolescenti. Vorrebbe fuggire da quel marito che non la considera più. I litigi si fanno sempre più furiosi. Le parole devastanti. Sostiene di rimanere unicamente per i figli; sente, tuttavia, che la serenità familiare è sempre più compromessa. Parla del suo matrimonio come di un errore, un peso da sopportare, una colpa da espiare. E intanto gli anni passano. La conosco da cinque anni e la situazione non si è ancora sbloccata. Quando suo marito vive un'altra storia - e questo avviene periodicamente, ormai - lei sembra tirare il fiato, invece che dispiacersene. Mi racconta che lui appare più sereno, diventa meno ombroso, meno rancoroso e aggressivo, a tratti persino gentile con lei». Questa è una della tante esperienze vissute da Lidia Maggi, pastora della chiesa battista di Varese: si tratta di incontri con persone che raccontano"ferite d'amore", ma raramente vogliono sentirsi dire che cosa fare.

Testimonianze concrete di coppie che hanno vissuto e vivono la difficile situazione di "ricominciare" un amore sono raccontate nel volume, curato da Luigi Ghia, dal titolo Se un amore muore. La chiesa e i cristiani divorziati, pubblicato di recente dall'editrice Monti. Il testo si inserisce sulla scia della lettera che il card. Tettamanzi ha scritto tempo fa per assicurare l'attenzione che la chiesa nutre, in modo nuovo e profondo, nei confronti dei "cristiani divorziati". In queste pagine si affrontano i diversi ambiti della questione con esperti di vari campi: sociologia, Scrittura, diritto canonico, teologia, filosofia, ecclesiologia e pastorale.

La fragilità sempre più estesa dei rapporti affettivi e la sofferenza delle persone coinvolte costringono a prendere atto del fallimento di un progetto «sul quale la coppia aveva investito non solo sul piano materiale, ma anche, e soprattutto, sul piano emotivo». Da qui la difficoltà dell'elaborazione di questo "lutto" a fronte del crollo dell'unione familiare, ma anche, dall'altro lato, il forte desiderio da parte delle coppie di "ripartire", pur nella consapevolezza dolorosa che il primo fallimento lascia un segno indelebile nella propria vita.

Alcuni interrogativi determinanti. Lidia Maggi rilancia alcuni interrogativi che mettono in gioco la qualità della fede e della vita nel contesto di un amore segnato dalla fragilità: «Come si distingue un amore malato da una relazione ormai morta? In nome di quale Dio imprigioniamo una coppia nel proprio errore? O la induciamo con troppa leggerezza a mettere fine al legame coniugale? E ancora: la fede si traduce necessariamente nel giudicare gli amori spezzati e nel condannare le persone che osano ricostruirsi un'esistenza passando attraverso la separazione?».

Dal momento che le nostre chiese sono abitate da molte persone separate, divorziate, risposate, conviventi, occorre chiedersi: «Fino a quando negheremo questa realtà per difendere un principio di cui alcune persone non riescono a fare esperienza? Si può chiedere a una coppia di rimanere assieme quando viene meno la stima reciproca e il matrimonio si rivela prigione?». Secondo la pastora battista, «chi sostiene che separarsi sia una scelta di comodo, un modo immaturo di affrontare le difficoltà, forse non si è seriamente messo in ascolto di storie concrete». Occorre ribadire che, «per elaborare un fallimento, bisogna guardarlo in faccia, evitare ogni processo di rimozione, assumersi le proprie responsabilità», dal momento che, «se davvero la fine di un amore rappresenta un fallimento serio, gravissimo, non sono permesse scorciatoie».

In fondo, chi si apre ad un nuovo amore è la stessa persona che ha sbagliato: ecco perché la possibile ripresa domanda il desiderio di capire che cosa abbia condotto al fallimento. «Solo così la "seconda volta" sarà esperienza di risurrezione»: quindi, non aiuta una chiesa che «condanna la separazione, senza offrire percorsi di elaborazione del lutto e autentiche forme di perdono, capaci di guarire chi ha fallito».

Una "conversione" alla carità pastorale. Sul versante della prassi attuale della chiesa si muove il contributo di don Sergio Nicolli, il quale sottolinea che «il diffondersi delle situazioni familiari "irregolari" - soprattutto della convivenza al di fuori del matrimonio e di un nuovo matrimonio dopo il fallimento del primo - produce, anche negli ambienti cristiani, una sorta di assuefazione, che tende a far accettare il dato di fatto come un'evoluzione sociale ineluttabile»: tale situazione può indurre «ad abbassare l'obiettivo, ad annacquare il progetto cristiano sul matrimonio e sulla famiglia».

Ecco perché - ribadisce mons. Nicolli - «l'obiettivo va mantenuto alto: anche oggi l'amore, fin dal suo nascere, domanda istintivamente stabilità». Oggi ancora di più «la presenza nelle nostre comunità di tante persone separate, divorziate o risposate domanda un'attenzione pastorale non minore di quanto richieda l'accompagnamento dei fidanzati o dei giovani sposi».

Da qui la necessità che nella chiesa «si formino delle comunità fatte di uomini e donne accoglienti, attenti alle persone»: tale prassi potrebbe essere definita "conversione alla carità pastorale".

Mons. Nicolli formula alcune proposte concrete: occorre educare la comunità e i singoli all'ascolto "con il cuore" per capire cosa c'è nel "cuore" dell'altro; è fondamentale una "conversione di mentalità" nei confronti della crisi di coppia per saperla leggere come un'occasione di crescita; è importante "formare" persone (laici e sposi) e mettere in atto "strutture" capaci di accogliere e accompagnare le coppie in difficoltà; è necessaria una formazione adeguata dei presbiteri, che li prepari a capire i problemi della relazione di coppia e della vita familiare; si tratta di avviare dei "gruppi specifici" a sostegno delle persone separate o divorziate; infine, occorre capire se ci possono essere le condizioni per un "riconoscimento" di nullità del matrimonio.

A detta di don Nicolli, «un'adeguata risposta pastorale e un'eventuale soluzione del problema non potranno mai prescindere dalla fatica dell'ascolto, del discernimento, dell'accompagnamento personale: solo attraverso questa fatica le persone potranno ritrovare la comunione con Dio e sentirsi avvolte dall'affetto e dalla premura della comunità».

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