venerdì 30 agosto 2013

La Siria e il Medio Oriente. Uscire da ragionamenti settari

di Lorenzo Banducci

Si spostano le navi da guerra nel Mediterraneo orientale di fronte alle coste siriane. Il conflitto fra gli uomini del regime di Assad e i ribelli sta acquistando una drammatica dimensione internazionale dopo il presunto utilizzo di armi chimiche fatto dal governo per contrastare le forze ribelli.


In attesa della risposta definitiva degli ispettori dell’ONU inviati nel paese si compongono le posizioni delle varie forze in campo. Il fronte dei pacifisti/dubbiosi (Russia, Cina, Germania e Italia) spera in una soluzione diplomatica, gli interventisti (USA e Turchia) sono a caccia di una copertura politica per giustificare un eventuale intervento militare contro la Siria.

Tutta da capire, per sciogliere il nodo, la dirimente questione della legalità internazionale, dei crimini contro l’umanità, dell’uso di armi di distruzioni di massa messe al bando da convenzioni che la Siria stessa ha firmato. Queste restano le giustificazioni per intervenire. Obama è però rimasto spiazzato dalla defezione degli alleati italiani e tedeschi che avevano appoggiato l’intervento in Kosovo di quasi 15 anni fa.
Difficile, a mio avviso, non comprendere le ragioni del nostro governo che ha tre timori fondamentali.
1. Non si sa per chi sia vantaggioso un intervento militare in Siria. Siamo così sicuri della “genuinità” delle intenzioni dei ribelli? Chi si nasconde dietro di loro? Chi li arma?
2. Senza una risoluzione ONU l’intervento è illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale.
3. Bombardando la Siria si rischia di provocare uno sconvolgimento regionale che può travolgere la Giordania, il Libano, l’Iraq, Israele, la Turchia e l’Iran. Si tratta di paesi che, per ragioni differenti, sono vere e proprie polveriere pronte ad esplodere in presenza di una semplice scintilla.

Da queste ragioni si evince la necessità di una risposta che sia più ampia e che affronti altre problematiche di quell'area: il legame tra le violenze fra sunniti e sciiti, i rischi crescenti legati alla tensione fra israeliani e palestinesi che non accenna a decrescere nonostante gli sforzi intrapresi negli ultimi anni da Obama, le ambiguità della politica iraniana e il caso turco dove non sappiamo più se abbiamo a che fare con una democrazia di tipo occidentale (come abbiamo sempre creduto) o con un regime dittatoriale in piena regola.

Di fronte a tutte queste problematiche, che si trascinano spesso anche da decenni nell’area mediorientale, non ci sono risposte certe in tempi rapidi. Diventa casomai necessario un coinvolgimento ampio di Paesi che affianchino gli Stati Uniti nel prendere decisioni serie per un’area tanto martoriata e tanto vicina geograficamente a noi.
In questo senso non basta l’intraprendenza di due “vecchie volpi” quali Francia e Gran Bretagna che per storia e tradizione sono da sempre pronte a intervenire per spartirsi fette di torta più o meno grandi e appetitose.
L’Unione Europea tutta dovrebbe avere maggiore visibilità e muoversi come blocco unitario e granitico. Dovrebbe a mio avviso addirittura prendere in mano le redini del gioco e condurre, per quell’area, una politica che sappia superare gli interessi delle singole parti in campo per far emergere gli interessi generali.
Sarebbero inoltre maturi i tempi per un impegno maggiore delle potenze asiatiche che potrebbero essere indirettamente colpite dal precipitare della crisi siriana e che allo stato attuale tendono ad agire quasi solo per ripicca degli avversari occidentali (si veda la Cina).
Unita una coalizione tanto forte di Paesi si potrebbero realmente sostenere accordi graduali a cominciare da un cessate il fuoco con supervisione internazionale in Siria, per poi passare ad affrontare tutti gli altri nodi della regione: negoziati seri fra israeliani e palestinesi e la ricerca di un nuovo e fecondo dialogo con il nuovo governo iraniano.

Provare ad uscire dalla logica dei compartimenti stagni e dell’interventismo solo di fronte ad emergenze disastrose e far emergere un ragionamento più ampio che allarghi il campo degli interlocutori e l’occhio sui problemi complessivi dell’area mediorientale resta l’unica via di uscita per evitare scenari funesti e film già visti troppe volte negli ultimi anni.

Chissà che non sia proprio Papa Francesco con le sue parole di speranza a smuovere le coscienze dei potenti del Mondo e a far sì che si abbandonino definitivamente gli interessi di parte per far spazio alla pace.

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