Passa ai contenuti principali

Commento al vangelo 2 luglio 2018: Mt 8,18-22


All'esperto delle Sacre Scritture (scriba) che lo riconosce come Maestro e gli dice, con coraggio, che lo seguirà dovunque vada, Gesù di fatto spiega che non ha un tour programmato, né in cielo né in terra, andrà ovunque e da nessuna parte. E invita a seguirlo, nonostante non abbia la sicurezza di un luogo: impariamo a perdere questo appoggio e a fidarci di chi ci accompagna. Anche io preferisco programmare ogni cosa da fare: a pranzo mangio lì, poi visito quel posto, poi quell'albergo che ho prenotato... invece quando sono ospite degli altri che mi invitano a seguirli, devo lasciare che la mano mia sia condotta da loro e non preoccuparmi se non mi dicono in anticipo dove dormirò. Alla peggio resteremo all'aperto, in spiaggia o su un prato, ma con quell'amica o amico accanto... se impariamo a fare questa esperienza destabilizzante (e mi vengono in mente alcune avventure che ho vissuto) più facilmente potremmo seguire Gesù che non ci dice dove, ma ci offre la sicurezza della sua compagnia. Ci sarà sempre una Persona accanto a noi, anche nella perdita, nel buio, nel Nulla. «E sarà bellissimo, perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te…», come canta Tiziano Ferro. 
Invece al discepolo che lo riconosce come Signore ma vorrebbe mettere la sepoltura di suo padre terreno come prioritaria rispetto a Dio, Gesù invita a lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Parole forti, che però ci ricordano l'urgenza e le vere priorità nella vita. Seppellire il proprio padre è una cosa sacrosanta, di pietà umana e anche religiosa. Gesù non condanna questo, ma quel mettere tale tradizione come prioritaria rispetto alla vita con Dio. Oltre a liberarci dalle ingombranti eredità di relazioni passate che possono ostacolare o condizionare il nostro cammino (come un genitore violento o un tradimento che ora ci rende diffidenti verso tutto), Gesù ci libera anche dalle belle scuse che troviamo sempre per non seguirlo. Ben vengano allora le opere buone e le tradizioni, basta che non siano scuse; ricordiamoci quindi che sono secondarie rispetto alla novità della fede, che è la vera Tradizione, dalla quale esse scaturiscono. Altrimenti sono opere morte.

Lunedì 2 luglio 2018
+ Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,18-22
In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».


commento a cura di Piotr Zygulski 

Commenti

Post popolari in questo blog

Io, prete. Sull'affettività dell'uomo sacerdote - Christian Cerasa

Mi è stato chiesto di scrivere una riflessione sul prete, sull’essere prete. Di cose se ne sono scritte tante e se ne scrivono tante, a livello teologico o pastorale, quindi credo che mi fermerò semplicemente a rileggere la mia vita alla luce di un aspetto che forse troppo poco spesso si sottolinea, ovvero l’umanità del prete, l’essere uomo-prete. Credo che uno degli errori grossi che è stato fatto nel tempo, sia quello di aver divinizzato a tal punto la figura del prete, da aver completamente snaturato la sua umanità o averla quasi completamente annullata. Così si è più attenti all’immagine da dare che all’identità dell’essere. Da dove partire dunque con questo esame di coscienza. Credo sia opportuna una premessa. C’è sempre molta curiosità intorno all’umanità e all’affettività del sacerdote; una domanda spesso inespressa. La gente, anche quella che al prete vuole bene, che lo stima, con cui collabora, al quale affida i figli fantastica ... si interroga ... e spesso inventa! In verit…

Curzio Nitoglia, un cattivo maestro

di Andrea Virga
Questo articolo, come quello su Don Gallo1, non avrebbe reale ragione d’essere. Anche qui, le gravi affermazioni dottrinali del sacerdote in questione non meriterebbero più d’uno sberleffo, vista la loro palese incompatibilità con la retta dottrina. E tuttavia, anche qui è il caso di un prete consacrato – e stavolta tuttora vivente – che attira proseliti, specie fra i giovani, grazie alle sue opinioni estremiste ed ereticali, con il risultato di diffondere in lungo e in largo i suoi errori. Per questo, ritengo che sia il caso di dedicare una mezz’oretta a mettere in guardia i meno provveduti, che magari preferiscono internet ad un buon padre spirituale, rispetto a questo personaggio: Don Curzio Nitoglia. Il paragone con Don Gallo, però, non riesca troppo offensivo al defunto sacerdote genovese, che aveva almeno il merito di essere molto attivo in ambito sociale e di non aver mai lasciato la Chiesa (cosa non troppo difficile, visto il permissivismo dei suoi superiori).

Commento al vangelo 19 luglio 2018: Mt 11,28-30

Lui si fa piccolo per venire incontro a noi. Grazie a ciò, accogliamo l'invito della sapienza in carne ed ossa che si fa dono nella sua debolezza: «Venite!». È la chiamata dei discepoli, il "secondo passo" che spetta a noi, dato che il primo lo fa Dio. Un «venite!» oggi ci invita a scomodarci da dove siamo, ci rimette in moto. Quel «venite» verso Lui è il tempo del presente che si arricchisce nell'attrazione verso la pienezza cristica del futuro. La proposta è un cammino, non una poltrona relax; è pur sempre un giogo, uno strumento di lavoro: si impara a essere cristiani solamente impastandosi le mani nel mondo, non poltrendo su tronetti dorati. E quel giogo accolto su di noi - che ci traina nella vita - è il legame che ci rende discepoli del miglior Maestro; è il giogo conveniente dell’amore zampillante: porta stretta per chi chiude le porte del cuore, mentre per chi lo accoglie con semplicità «rende tutto più semplice», come dice Agostino. Quel giogo condiviso del …